Artigiano/Artista, ricordati chi sei veramente!

Cueva de las Manos, Argentina

Cueva de las Manos, Argentina

È evidente che per vivere nel modo migliore l’uomo ha bisogno di molto meno di quanto crede, e la civiltà, così come la conosciamo, si fonda sulla tecnica della complicazione dei bisogni.

Northrop Frye, L’ostinata struttura

La mente sull’orlo di un esaurimento è infinitamente suggestionabile, come ha dimostrato Pavlov e le forze della pubblicità e della propaganda irrompono senza incontrare alcuna reale opposizione da parte dell’intelletto critico.

Northrop Frye, The modern century

Viviamo in culture (da Tokyo a Buenos Aires a Johannesburg) che premiano il narcisismo e contemporaneamente mortificano l’individuo, in favore dell’egoismo di massa. Ci insegnano a tollerare, non ad accettare; ad essere cinici, non a meravigliarci di fronte ai piccoli grandi miracoli della natura e dell’umanità; a preferire la convenienza rispetto alla sincerità, la proliferazione di “informazioni” e il nozionismo rispetto alla conoscenza e alla sapienza, l’utile e il piacere istantanei rispetto alla dignità, al decoro, all’onorabilità.

Così ci siamo risvegliati in una società in cui pochi fanno un lavoro che davvero li appassiona e per un salario sempre meno adeguato, molti non hanno neppure un lavoro decente e molti altri, in pensione, non sanno bene come passare il loro tempo (soap opera, portare a spasso il cane, guardare i cantieri, scrivere libri che non saranno pubblicati, progettare vacanze, fare i baby sitter a tempo pieno dei nipotini, ecc.).

Cosa produce la MegaMacchina della nostra civiltà? Poiché insegue profitti espansivi, non può per definizione che moltiplicare i bisogni superflui, facendoli passare per necessità esiziali. Quindi le persone più avvedute e sensibili avvertono un disagio interiore perché non amano sia il loro luogo di lavoro, sia il servizio o prodotto che contribuiscono a mettere sul mercato. Trascorrono non poco tempo a convincersi che non è poi così male, ma il tarlo persiste e questa cosa, alla lunga, è estenuante. Ci si sente affaticati, snervati, irritati da capri espiatori (partner, automobilista, avversario al calcetto, amica/suocera dalla lingua lunga, interlocutore su un social network, ecc.) che alla fine sono vittime come noi.

In sintesi, il tipo di società che abbiamo costruito non solo non ci valorizza, ma ci svuota, ci esaurisce, letteralmente, nello sforzo di tenere in vita una finzione. Cerchiamo di attenuare i suoi effetti, fuggiamo all’altro capo del mondo (per ricominciare da capo, appunto, con la stessa solfa), abbandoniamo la città per la campagna (per scoprire che non è un giochetto), oppure ci ottundiamo: “Spero siate tutti ubriachi e imbottiti di pasticche” (Miley Cyrus ai suoi fan).

Chi non è del tutto perduto sente che è diventato il peggior nemico di se stesso in un contesto comunque già fin troppo aggressivo e intimidente. Lo siamo diventati quando abbiamo accettato la colossale balla che quel che realmente vogliamo diventare è un po’ quel che tutti gli altri vogliono:

  • Ci accontentiamo dei “mi piace” dato che non riceviamo abbastanza amore (e di conseguenza non ci sentiamo amabili, degni di essere amati);
  • non ci sentiamo belli/e (però “decoriamo”, palestriamo e torturiamo alimentarmente il nostro corpo per sembrare quantomeno un po’ attraenti);
  • impariamo un mucchio di nozioni nei fatti totalmente inutili per sembrare intelligenti (anche se ci piacerebbe che qualcuno ci dicesse che siamo saggi);
  • facciamo confronti con gli altri per dimostrare a noi stessi che sono messi peggio di noi (anche se non ci farebbe schifo vivere in una comunità prospera, in cui non c’è bisogno di comparare e invidiare, o di temere che qualcuno ci sottragga quel po’ che abbiamo);

Cos’è rimasto di noi? Quale residuo/giacenza di quel che avremmo potuto essere? A che pro questo sperpero di sogni, passioni, ardimenti, ambizioni, sentimenti più alti, questo appassimento?

Seriamente, per cosa? Per Jeff Koons, Dan Brown, Miley Cyrus, le infinite trasmissioni morbose delle nostre TV, la pornografia gratuita e le altre dipendenze (es. slot machines), gli sciocchi slogan pubblicitari che accarezzano il nostro ego, l’informazione mainstream sempre meno affidabile e sempre più propagandistica, la sovrabbondanza di “minacce esistenziali” e contemporaneamente di guru e messia che ci promettono salvezza economica, politica, spirituale, ecc. il sempre meno panem e sempre più circenses?

Mi rifiuto di credere che la storia umana sia un’eterna ripetizione di questo sperpero nichilista, un circolo vizioso di assoggettamento più o meno cosciente a una qualche forma di schiavitù (Nessuno è più schiavo di colui che si ritiene libero senza esserlo, Goethe).

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Mi rifiuto di credere che questo non sia uno dei momenti più bassi dell’esperienza umana, dominato dalla mediocrità, sciatteria, serializzazione, omologazione verso il basso. Non è lecito farsi degradare fino a questo punto (“Non si uccidono così anche i cavalli?”): penso sia una blasfemia, un qualche tipo di abominio. Ci sarà un conto karmico da pagare per chi continua a dire sì, quotidianamente (“Discorso sulla servitù volontaria”), anche se nel 90-99% dei casi è un sì che serve unicamente a vivere una vita che non vorremmo, di cui non abbiamo bisogno, non possiamo amare e non ci meriteremmo (se non fossimo così passivi, mansueti, accondiscendenti).

L’essere umano è creativo e geniale di natura, non è una bestia da soma. Non c’è spazio per l’intuizione, per assaporare le nostre piccole e grandi vittorie, per cogliere significati più vasti e profondi, che potrebbero guidare esistenze abbondanti, non striminzite.

Non è solo che le cose sono diventate dei fini e le persone dei mezzi è che proprio non è più chiaro quale sia il fine ultimo della nostra civiltà e quindi della nostra vita (“Questa è l’acqua”).

Ci promettono che vivremo in città smart (con case intelligenti, dotate di frigoriferi intelligenti e persino di cantine intelligenti) anche se sembra esserci ben poco di smart in come funziona il mondo e molta sociopatia elevata a virtù. Bastone smart, carota smart: l’importante è continuare a marciare:

Una leggenda medievale narra di anime di morti costrette a marciare notte e giorno, senza una meta, alla massima velocità: quelle che cadono, stremate, ai margini della via si sbriciolano immediatamente in polvere. Sembra la parabola di un tipo di coscienza molto diffuso nel mondo moderno, ossessionato dalla coazione a “tenere il passo”, ridotto alla disperazione dalla velocità sempre crescente del movimento totale. È un tipo di coscienza che chiamerò l’”alienazione del progresso”. Alienazione e progresso sono due elementi centrali nella mitologia dei nostri giorni, e tutt’e due i termini sono stati abbondantemente usati, a proposito e a sproposito.

Northrop Frye, “Cultura e miti del nostro tempo”, p. 23

Maiji, Cina

Maiji, Cina

Te g’hai del bon temp” (“ne hai tempo da buttare, tu“) è il motto di questo meccanismo infernale del fare, fare, fare, mai fermarsi, lavorare duramente, vivere duramente, giocare duramente, “amare” duramente, ecc. fino a tirare le cuoia (“l’ho fatto perché voi poteste avere una vita migliore della mia” – “beh, intanto potevi fare a meno di rovinarti la tua e la nostra, finché ne avevi la possibilità”).

Ti fa schifo quel che devi fare? Bene, allora c’è facebook, twitter, un mucchio di app, giochini, giochetti, gioconi, 1000 serie/libri che hai scaricato da internet e devi ancora vedere/leggere (anche i libri vanno letti in fretta: leggi subito!).

E che palle quei blogger che scrivono troppo: STRINGI!!! SVEGLIAAAA!!111! SINTESI!

Quante cose possiamo fare e in così poco tempo: «Oh meraviglia! Quante perfette creature son qui! Come è bello il genere umano! O magnifico nuovo mondo che contiene simili abitatori!» (Miranda, la Tempesta, Atto V, Scena I)

Così tanta roba scadente, il più rapidamente possibile, e nel contempo svalutando noi stessi e alienandoci da praticamente tutto ciò che conta: c’è di che esserne fieri! Più smart di così si muore.

Attendiamo che macchine e “intelligenze” artificiali completino l’opera. Non si possono lasciare le cose a metà. E se noi non abbiamo più tempo per fermarci a pensare, lasceremo che lo facciano loro al posto nostro e che decidano loro ciò che è meglio per noi, anche se ciò potrebbe voler dire diventare sempre più simili a loro, per compiacerle (in fondo gli psicopatici non sono vere e proprie macchine organiche, da un punto di vista cognitivo, emotivo e morale?).

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Chi è interessato alla storia di un robottino innamorato che resta tale e quale a dispetto dell’amore?

Noi esseri umani siamo trasformatori e co-creatori, siamo affascinati dalle metamorfosi, dal potere che hanno l’amore, la forza di volontà, la forza creativa di cambiarci, di farci evolvere.

Artigiano/Artista, ricorda chi sei veramente, ricorda quale vita onora la tua ispirazione e quale la mortifica!

Versione reinterpretata e (spero) migliorata diThe Bullshit Machine” di Umair Hacque.

Gemellaggi di reminiscenza:

Roberto Maestri, Scritture Nomadi

Roberto Maestri, Web Caffè Bookique (Facebook)

Spazio Event Art

Il fascista in noi

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