Artigianato, folklore e autenticità al tempo del “made in China”

bunadhoved_1210938976Il folklore, anche in contesti urbani ed industriali, assolve importanti funzioni sociali ed illustra le motivazioni che spingono la gente a fare e dire certe cose, cioè fa emergere certi tratti dell’identità culturale di una popolazione, l’immagine che essa ha di se stessa e del suo modus vivendi.

Le tradizioni folkloristiche sono tendenzialmente conservatrici, ma non possono fare a meno di evolvere gradualmente, perché sono, in un certo senso, dei “sistemi viventi”.

Tuttavia musei, festival, celebrazioni e autorità nazionali possono anche servire a stabilire chi può rivendicare un diritto proprietario su una certa tradizione, chi è incaricato di proteggerla e chi ne può ricavare dei profitti.

La musealizzazione del folklore, spesso suo malgrado, finisce per alimentare la sua commercializzazione nella forma di bene di consumo, cercando di fissarlo e quindi devitalizzandolo.

20100528-charlottetreyweddingQuesto è precisamente quel che è accaduto in Scozia con il kilt, che non esisteva prima del 1745 e che si è poi trasformato nel simbolo universale della “scozzesità” in virtù di rivendicazioni indipendentiste e, in seguito, di potenti interessi economici.

bunadUn caso ancor più eclatante è quello norvegese.

In Norvegia, fino alla creazione di uno Stato indipendente, i costumi regionali (i bunad) avevano un valore accessorio. Poi, a cavallo del ventesimo secolo, due studiosi e nazionalisti militanti norvegesi, il linguista autodidatta Ivar Aasen e la scrittrice Hulda Garborg, crearono a tavolino rispettivamente il nynorsk (Nuovo Norvegese) e il costume regionale norvegese, il bunad, appunto.

Il Nuovo Norvegese nacque dall’arbitraria selezione di termini dialettali che Aasen ritenne più autentici. Oggi è parlato da una minoranza di Norvegesi, nel nord, ma per legge riceve un’importante spazio all’interno della programmazione della televisione pubblica.

La Garborg invece raccolse e classificò quei motivi decorativi di costumi regionali norvegesi che secondo lei erano intatti e genuini. Oggi i bunad sono diventati un fenomeno di massa associato all’affermazione dell’identità nazionale ed i relativi motivi decorativi sono protetti da una speciale commissione che ne garantisce la fedeltà a tradizioni regionali (anch’esse stabilite in modo del tutto arbitrario).

Ciò ne ha naturalmente fatto innalzare il prezzo, cosicché il valore complessivo di tutti i bunad si aggira odiernamente sui 4 miliardi di euro!

Recentemente un giovane imprenditore sino-norvegese ha deciso di commercializzare bunad prodotti a Shanghai, permettendo quindi a molti più norvegesi di poterne acquistare uno, ma mettendo a repentaglio la produzione locale.

Non potendo denunciarlo per plagio, poiché non esiste un copyright sui motivi decorativi e perciò i bunad non possono essere considerati una proprietà inalienabile, la commissione di tutela si è limitata a condannare la perversione della funzione originaria del costume, cioè quello di incarnare tecniche e caratterizzazioni estetiche che non potevano essere percepite e comprese da tessitori stranieri.

Insomma, secondo la suddetta commissione, un bunad made in China non potrebbe mai soddisfare i bisogni emotivi dell’acquirente norvegese e costituisce una vera e propria violenza simbolica alla locale costellazione di valori.

Assistiamo qui alla più classica lotta per l’egemonia simbolica sul capitale culturale nell’era della globalizzazione e del multiculturalismo da boutique.

In fondo, se l’impatto della cultura russa e cinese si stempera nel contesto del ristorante etnico, l’autoctono può fruirne senza doversi confrontare con queste culture nella vita di tutti i giorni. In questo caso possiamo parlare di un’alterità edulcorata o disinnescata: la si consuma, la si compra, ma senza mai mettere a rischio la propria identità ed il proprio sistema di valori e convinzioni.

Un bunad “made in China” è invece visto come una vera e propria violenza simbolica alla locale costellazione di valori.

Il fatto che migliaia di bunad siano stati prodotti nei Paesi Baltici non costituisce invece un problema, perché Baltici e Scandinavi sono, dopo tutto, etnicamente “cugini” (e perché i prezzi non sono poi così concorrenziali?).

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