Stefano Micelli, “Futuro Artigiano”

micelli-futuro-artigianoLa determinazione con cui molti intellettuali hanno sposato la causa dell’uomo artigiano si spiega con l’urgenza di trovare un rimedio al prevalere di una casta di analisti simbolici che dispone oggi di un potere economico e di influenza sulla società superiori a quelli di molti uomini di governo. […]. Si tratta…di riequilibrare i rapporti di forza fra un mondo che oggi domina posizioni chiave nella società postindustriale (servizi finanziari, media e servizi di consulenza) e una società civile che ha perso i punti di riferimento legati alla propria esperienza di vita personale. […]. Una società che non riesce a promuovere una dimestichezza diffusa con il fare pratico è fragile, incerta nelle sue scelte, incapace di reggere il peso di decisioni importanti. […]. La sfida si vince puntando sulla figura dell’artigiano globale, un artigiano capace di investire sulla maestra del gesto e sulla valorizzazione a scala internazionale.

Stefano Micelli, “Futuro Artigiano”, pp. 189-192.

Le nostre imprese devono imparare a raccontarsi superando la cultura del segreto, immaginando una narrazione del proprio lavoro e del proprio prodotto come parte costitutiva del valore che devono mettere in campo: non vendiamo più solo oggetti ma gli oggetti e il loro racconto, la loro storia e la storia di come vengono costruiti.

Stefano Micelli

 

Stefano Micelli, “Futuro Artigiano”.

Premiato dall’Associazione per il Disegno Industriale con il Compasso d’Oro.

5 ristampe.

Tra mille ostacoli e difficoltà il mondo sta a poco a poco abbandonando la logica dell’antagonismo dei blocchi e degli ego contrapposti e si sta muovendo verso la cooperazione internazionale degli individui e delle nazioni, verso l’azione collettiva multilaterale di un villaggio globale che cerca delle risoluzioni congiunte a problemi che affliggono tutti.

Servono quindi nuove forme di cooperazione e uno spirito comune all’altezza di una nuova rivoluzione industriale che trasformerà le stesse forme del lavoro, oltre le logiche della standardizzazione, dell’alienazione o dell’autoreferenzialità.

Il saggio dell’economista Stefano Micelli si inserisce in questo sforzo di ripensare il mondo e il lavoro e di lasciarsi alle spalle lo sfascio e il parassitismo delle rendite che caratterizza il capitalismo finanziarizzato, prendendo le mosse dal gusto, dalla personalizzazione, dalla cultura e dalla conoscenza e quindi dai settori dell’eccellenza artigianale italiana: design, moda, meccanica di precisione, lusso – un giacimento culturale, vivo e vitale.

Micelli non ha in mente un ritorno a un’età dell’oro dell’artigianato. Non si tornerà indietro ai mestieri artigianali di un tempo: L’Italia non ha bisogno di rimpiangere i mestieri di una volta, di rifugiarsi nel mito di una nuova società borghigiana (p. 49).

Quel che conta, a suo modo di vedere, sono la professionalità, la cura, la qualità del lavoro, l’ingegno nell’individuare i problemi e risolverli, la resilienza, l’immaginazione, la perizia tecnica, il radicamento nella comunità, la sensibilità, l’autonomia, la capacità di abbracciare l’intero processo produttivo, la visione, la versatilità, la conversazione con il committente per la determinazione dei suoi desideri e le aspettative, la sintesi continua tra pensiero e azione. Questi sono i ferri del mestiere di un artigiano di successo.

Il docente di International management a Ca’ Foscari di Venezia concorda con la tesi che l’atto di aggiustare/creare conferisce un senso più profondo alle interconnessioni tra me e gli oggetti che mi circondano. È una forma di de-programmazione dal consumismo usa-e-getta.

Fare le cose ci rende più consapevoli. Farle bene ci educa alle categorie di eleganza e bontà, qualità, a livelli di crescente sofisticazione. Ci si rapporta al mondo materiale senza darlo più per scontato. Si rinuncia al carrierismo, privilegiando ritmi più lenti e una maggiore profondità nell’esperienza dell’esistenza propria e altrui. Nel farlo, si rivitalizza la cultura tecnica e ingegneristica, si dà forma a piccole imprese con un piede nell’artigianato e un altro nell’alta tecnologia, imprese che si mettono in rete per fare un’economia di scala e sfruttare il know-how dei dipartimenti di ricerca, ottenendo finanziamenti per investimenti pro-internazionalizzazione – Oggi le filiere produttive sono sempre più transnazionali (p. 100).

Che si tratti di bigiotteria, birre e biciclette artigianali, componentistica, o allestimenti scenici, “futuro artigiano” significa che la macchina è al servizio dell’uomo e non viceversa, che il saper fare, in rete (digitale e interpersonale), con il sostegno di una efficace strategia comunicativa e di commercializzazione, è una risposta ragionevole e vincente alla gabbia delle rendite finanziarie, alla necessità di trasformare il sistema industriale, il lavoro stesso e le coscienze delle persone (secondo Micelli il revival della manualità può acquistare un sapore eversivo, per un giovane).

Ed è eversivo anche per il mondo della tecnocrazia finanziaria dove le classifiche dei virtuosi si fanno sulla base di parametri che favoriscono sempre e comunque quelli che si allineano a un certo paradigma di “sviluppo” e “arricchimento”. Le realtà alternative sono giudicate residuali, naif, anacronistiche, indisciplinate. C’è un solo tipo di crescita possibile e il resto è eresia o ignoranza.

Micelli invece crede fermamente che stia nascendo “una nuova idea di lavoro e di valore” che esalta, piuttosto che mortificare, le forze produttive e che ridistribuisce, piuttosto che concentrare verso l’alto – La domanda di una maggiore autenticità del prodotto si riflette nella richiesta di oggetti capaci di mantenere il loro valore (p. 69).

La nuova idea di valore sottintende una diversa cultura dell’investimento: dal “quanto è più possibile al minor prezzo possibile” al “quel che mi serve al giusto prezzo”, ossia un prezzo che non costringa il creatore e venditore a sacrificare qualità, talento, passione, ecc. Questo perché oggi siamo così strettamente interdipendenti che il risparmio e la ricerca della rendita a tutti i costi sono tossici per noi e per il pianeta: è un effetto domino che ci pugnala alla schiena (cf. Il futuro è artigiano: note di economia e geopolitica per autoproduttori sfiduciati).

Micelli ci esorta ad uscire da una visione mercantile della competitività senza quartiere e abbracciare una visione di cooperazione.

In un mondo globalizzato non siamo mai separati dalle conseguenze delle nostre azioni, chi svaluta il lavoro altrui finirà per essere svalutato. Non possiamo avere i soldi in tasca per comprare le cose di cui abbiamo bisogno e sostenere l’economia, se le persone non sono disposte a pagare il giusto prezzo. Quello che guadagno dipende da quanto gli altri possono spendere. Tutto è un flusso e tutto è un ricircolo. Pagare il giusto prezzo significa assicurare un sostentamento ad altre persone e, di conseguenza, a noi stessi. E, sottolinea Micelli, significa contrastare la logica dell’usa e getta, a beneficio di quella della cura del fare, della qualità, utilità, estetica che sono preminenti nella sapienza artigiana – La spinta verso un consumo sostenibile suggerisce, inoltre, un’inversione di tendenza rispetto a un’idea di consumo usa e getta. La qualità estetica ed ergonomica delle cose che compriamo è un fattore che contribuisce in modo determinante all’allungamento del ciclo di vita del prodotto. La bellezza e l’ergonomia sono fattori che convincono i consumatori a conservare meglio gli oggetti di cui sono proprietari e a curarne la manutenzione; la qualità estetica aumenta, inoltre, l’intensità della relazione affettiva che ci lega alle cose che ci circondano (p. 110).

Il sito di Futuro artigiano

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Contatti al dipartimento.

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