La creatività quieta e impetuosa di una conversazione artistica – Needleman&Whittaker

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Hiawatha, il pacificatore degli Irochesi

Questa pace [la pace secondo l’interpretazione irochese] esige un più alto livello di coraggio e sacrificio rispetto alla guerra. Non è né statica né noiosa; né è una fantasia di piacere infinito. È una forza che può armonizzare le azioni e gli impulsi della vita umana in tutta la loro molteplicità. Si tratta di un’energia unificante che consente paradossalmente ad ogni elemento di fiorire nella sua specificità. È un richiamo a servire ciò che è di gran lunga più grande di noi stessi. Chi non sarebbe d’accordo con questa pace?

Jacob Needleman, The Great Peacemaker

 

Estratti da una conversazione tra Richard Whittaker, fondatore della rivista Parabola, che dà ampio spazio alle conversazioni con gli artisti, e Jacob Needleman, docente di filosofia all’università di San Francisco

largeJN:  E così per diversi anni sei andato alla scoperta di artisti che ti hanno sorpreso, perché vedo che ogni volta che un numero della rivista viene pubblicato, hai quello sguardo nei tuoi occhi, di chi ha fatto una vera scoperta. E mi indichi una cosa e mi dici: leggi qua! E lo faccio ed è sorprendente la profondità che viene fuori quando inviti gli artisti a parlare di certe cose. È una delle cose più interessanti ed importanti che hai scoperto in questi anni di dialogo con gli artisti.

RW:  Una cosa che mi è molto più chiara è che c’è una comunanza tra gli artisti e sono sicuro che questo è vero per tutti coloro che hanno qualcosa a che fare con il processo creativo. Il processo creativo, chiaramente, è una sorta di aspetto fondamentale che, probabilmente, non è cambiato nel corso dei millenni. I Greci avevano le Muse, che rappresentavano queste energie intensificate che potevano fluire attraverso di noi. Così è diventato sempre più chiaro che, in generale, tutti gli artisti hanno almeno un sentore di questa energia che può manifestarsi e che ci trasforma. In effetti penso che una volta che uno ne ha fatto esperienza c’è il desiderio di ritrovarla.

JN: Assolutamente, assolutamente. So esattamente quello che vuoi dire, come scrittore…Ma la domanda che mi ha sempre ossessionato riguarda come questo processo possa riflettersi nella vita quotidiana…nell’arte del vivere…Ci deve essere qualcosa…perché mi ha sempre stupito che alcuni dei più grandi artisti abbiano avuto vite tormentate…

RW:  Mi sembra che la creatività sia qualcosa che hanno tutti. Purtroppo, forse a causa della nostra educazione, alle persone non si indica come prestare attenzione agli impulsi creativi. Non so se “soppressione” sia la parola giusta. Certamente non succede di proposito, ma credo che quest’idea di creatività come monopolio del mondo degli artisti è completamente falsa. Non solo la creatività appartiene a tutti noi, ma può manifestarsi ovunque nella vita. Per le persone che possono lasciarla affiorare la vita diventa una cosa diversa rispetto a un semplice seguire i percorsi segnati.

Theresa Nguyen, Birmingham

Theresa Nguyen, Birmingham

JN: …la libertà è inseparabile dalla creatività…ma non la libertà intesa nel senso del faccio quello che mi gira, quello che voglio io, che è molto infantile. Porterebbe solo al caos…Trovo che sono più libero quanto più obbedisco a qualcosa di più alto o più profondo in me. E penso che questo sia un paradosso essenziale. […]. Nella mia esperienza quel che succede è che devo essere in grado di separare me stesso dalla mia mente, dai miei pensieri per riuscire veramente ad ascoltare qualcun altro. E poi a un certo momento, appare un impulso profondo, irresistibile. Capita anche a te?

RW:  Penso di avere un buon esempio. Sono stato avvicinato da una sconosciuta durante un evento artistico, quando la gente mi si avvicinava e mi diceva: “Dovresti fare un pezzo su di me nella tua rivista. Sono un artista e così via”. Non mi piace ferire i sentimenti della gente, ma io sono abbastanza pignolo sulle tipologie di cose che vengono pubblicate nella rivista. Quindi c’è generalmente una sorta di trattativa in cui cerco di essere gentile ma so subito di non essere interessato. In questo caso una donna è venuta da me, mi ha buttato lì un po’ di foto dicendomi molto bruscamente: “Dovrebbe fare una storia su di me”. L’avevo già inquadrata e stavo pensando dentro di me: “Scordatelo”. Avevo già dato un giudizio, ma grazie al cielo c’era qualche altro impulso, un pensiero che non voleva accettare quella prima valutazione. Così le ho chiesto di sedersi accanto a me e le ho detto: “Va bene, dimmi, perché dovrei fare una storia su di te?”. E quel che è emerso è stato assolutamente stupefacente. In pochi minuti ho capito non solo che avrei intervistato questa donna, ma di tutte le persone presenti non ci sarebbe stata una persona più adatta di me per ascoltare la sua storia.

JN:  Deve essere stato un momento creativo quando le hai chiesto di sedersi e parlare.

RW: Sì, penso che lo fosse. Una cosa che ho scoperto nei miei tentativi di conversare con gli sconosciuti è che è quasi impossibile che vada così male da decidere che non ne valeva la pena.

JN: Una conversazione di questo tipo mi pare sia una chiave per scoprire l’umanità in un’altra persona, una comune umanità.

RW: Sì.

JN: E questo, e ciò che sto per dire potrebbe sembrare esagerato ma io la penso così, è un po’ l’anticamera dell’amore, non nel senso che finirai per amare queste persone. Assolutamente no. È un primo, piccolo passo in quella direzione e può anche concludersi lì.

[…].

RW: No, infatti, non c’è nulla di sentimentale in questo. C’è qualcosa di misterioso, direi.

JN: Misterioso, sì, ma sentirne parlare potrebbe intimidire certe persone. Che cosa comporta l’idea che degli antagonisti in un dibattito debbano cercare di ascoltarsi veramente?…

RW: Sì…è sempre un’avventura. Ci possono essere dei problemi…

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Paul Villinski, New York

JN:  Vale davvero la pena di provare…Mi ricordo che una volta stavo conversando con una donna afroamericana…Era una brava persona, voglio dire per me, per quanto ho potuto vedere. Ad un certo punto eravamo seduti da soli in una stanza e ho iniziato a parlare con lei circa i problemi collegati ai pregiudizi razziali. E ho avuto quest’impulso di dire qualcosa del tipo: “ti succederà spesso, no?”…Era una specie di un impulso a voler parlare con questa persona per il semplice fatto di ridurre le distanze, di essere più umani tra noi. E lei ha cominciato a rispondere, dapprima in modo piuttosto superficiale…A un certo punto ho avuto l’impressione che ci fosse qualcosa dietro la riluttanza ad esprimersi, qualcosa che veniva stimolato dalla mia disponibilità ad ascoltarla. Ho avuto come l’impressione che lei si vergognasse. Mi chiedevo: ma perché dovrebbe vergognarsi? Non è colpa sua. Non ha nulla a che fare con lei, non deve vergognarsi di essere nera, dei problemi razziali che deve affrontare. E ho cominciato a parlare con lei con grande rispetto. E abbiamo parlato ancora e siamo andati molto a fondo in questa questione ed è venuto fuori questo forte legame di rispetto, di comune umanità, di comprensione. E improvvisamente lei si è messa a piangere dalla gioia e dall’interesse per questa cosa….E così ho capito che tutte le compensazioni del mondo, le leggi del mondo, non sarebbero servite a nulla se non cercavamo di ascoltare e capire questo groppo emotivo nel profondo.

RW:  Che bella storia….Anch’io ho avuto un’esperienza simile con un afro-americano ad una biglietteria di un piccolo festival del cinema che avevo aiutato ad organizzare. Stavo chiacchierando con lui e mi ha detto che suonava il flauto e io ho commentato: “jazz, vero?”. Lui mi ha guardato e ha chiesto: “Lo dice perché sono nero, non è vero?”. Ho capito che era così e che dovevo ammetterlo. La cosa ha pagato perché abbiamo continuato a parlare e abbiamo approfondito e reso intimo il discorso nel giro di pochi minuti. Ci sentivamo molto in sintonia e poi siamo andati in un locale con altra gente dopo la serata, perché dovevamo continuare a parlare. La sua storia era così incredibile che gli ho chiesto di trasformarla in un’intervista [Marvin Sanders – Flauto Magico].

JN: …il fatto è che la profondità esige ulteriore profondità ed è interessante perché poi il segreto dell’ascolto è che più ascolto l’altro, più ascolto me stesso; più entro nel profondo di me stesso, più profondamente posso incontrare l’altro. Senza secondi fini, solo perché una profondità chiama l’altra. Non è certo possibile passare tutto il tempo così, ma si potrebbe farlo un po’ più spesso.

[…].

RW: A un certo livello, se l’attenzione è abbastanza forte, è molto potente. E la gente non può fare a meno di reagire, magari senza sapere a cosa. Non lo sanno, ma lo sentono, qualcosa di molto potente. Come detto, è molto misterioso.

[…].

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La partenza di Hiawatha, il Grande Pacificatore

JN: Il mistero del potere spirituale o dell’amore spirituale…sta in questo misterioso paradosso. Quanto più i maestri spirituali del passato sono distaccati, separati, quanto più non si fanno coinvolgere dalle forze della vita e delle relazioni umane, dall’emotività, tanto più sono in grado di amare, di prendersi cura del prossimo, di aiutare. Più sono distaccati, più amano. Se si guarda alla storia del Cristo, del Buddha, di alcuni santi, non tutti, ovviamente, di alcuni tra i grandi maestri, della tradizione tibetana o di quella sufi, essi non si curano mai troppo dei nostri problemi quotidiani. Badano ad altre cose…È davvero difficile trovare dei grandi maestri spirituali che siano profondamente interessati ai problemi emotivi personali della vita di tutti i giorni che ci assillano tutto il tempo e che a volte ci spingono a rivolgersi a dei terapisti. Sono interessati a qualcosa d’altro…Penso che possa valere anche per noi: più mi separo dal mio ego, più consento al Sé di fare capolino e di mostrare premura verso il mio prossimo. […]. Un qualche tipo di ascolto, forse anche di me stesso potrebbe essere il passo più terapeutico che potremmo intraprendere, oppure ascoltare qualcuno. A volte, quando ho dei problemi, mi volto – a volte devo quasi sforzarmi di farlo –, ma mi volto verso qualcun altro che ha un problema e mi impegno a capire come potrei essergli d’aiuto…quel volgersi, quel cambio di prospettiva, a volte mi fornisce la soluzione anche al mio problema.

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