“Un mondo dove tutto torna”, di Nicola Sordo

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Per ridurre i rifiuti e cambiare il pensiero bisogna ricominciare a farsi le cose. Riconsiderare l’uso delle nostre mani e di quella parte del nostro cervello che è collegata con le mani, l’intelligenza artigiana…Condividere questo con altri che ci sono vicini…in relazione…dobbiamo tornare almeno in parte verso una società artigiana…In ogni comunità bisognerebbe mettere in piedi un laboratorio di educazione manuale per i bambini e i ragazzi, un centro di aggregazione dove gli esperti locali possano insegnare ai più giovani a scoprire l’uso delle loro mani.

Nicola Sordo, Un mondo dove tutto torna, pp. 160-163

Nel mio paese l’anno scorso abbiamo organizzato una festa, l’abbiamo chiamata la “Festa dei fagioli dimenticati”. Siamo partiti dalla piazza al mattino, avevamo affisso in giro i manifesti avvisando le famiglie che saremmo passati per raccogliere fagioli di varietà antiche custoditi di generazione in generazione. Siamo rimasti stupiti, perché la gente ci aspettava con i sacchetti, ci apriva la porta o li calava dal balcone dentro un cestino. In due ore, e visitando solo poche famiglie del paese, abbiamo raccolto 26 varietà di fagioli. Eravamo sbalorditi. Nel pomeriggio, alla casa di riposo Suor Agnese, una sessantina di persone tra ospiti e visitatori hanno esaminato, nell’entusiasmo generale, le varietà raccolte, dando loro nomi, registrando le caratteristiche di coltivazione, le notizie su quei fagioli. I fagioli sono custoditi in una soffitta del paese e verranno tirati fuori con la nuova stagione per essere seminati. Non abbiamo speso nulla, è bastata l’energia della comunità partecipante.

Nicola Sordo, Un mondo dove tutto torna, pp. 123-124

 

Questo è un attestato di stima, più che una recensione. A quella ci ha già pensato Roberto Maestri su FuturAbles.

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Svanholm, a 55km da Copenhagen

Dopo un’incoraggiante esperienza in un ecovillaggio collettivista danese, a Svanholm, Nicola Sordo, talentuoso attore con in tasca una laurea in agraria, ha poi trovato il “suo” eco-villaggio nel passato del suo paese natale, Castello Tesino:

Da quel primo incontro non ho più smesso di incontrare gli anziani e di fare domande. Più li ascoltavo e più mi rendevo conto che dentro un piccolo paese c’è tutto il mondo, che ci si può trovare il meccanismo del mondo, che capito un paese si capisce tutto, un po’ come la storia della goccia d’acqua in cui possiamo vedere tutto l’oceano…Principi generali che vanno oltre le informazioni particolari di ogni luogo, principi comuni a tutti i territori che nel loro insieme costituiscono un modello universale (p. 8).

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Castello Tesino – Trentino

Leggendo la sua appassionata perorazione della causa di una pausa riflessiva e di un cambio di rotta per la nostra civiltà mi è sorto un interrogativo, che credo sia comune a molti. Perché, diversamente da lui, molti animatori di comuni-ecovillaggi della contemporaneità non hanno mai o quasi mai sentito il bisogno e l’utilità di apprendere le lezioni del vivere in una piccola comunità il più possibile autosufficiente da chi quella vita l’ha fatta perché è nato in un ambito rurale?

È come se il mondo urbano desideroso di ruralizzarsi avesse altezzosamente deciso che il passato rurale era troppo antiquato, reazionario, oscurantista, ignorante per avere qualcosa di significativo da insegnare a chi incarna il progresso politicamente corretto.

Sordo conferma che si è venuto a creare un imbarazzante e ingiustificato complesso di inferiorità da parte dei “portatori di esperienza, storia locale e informazioni sul territorio” nei confronti dei cittadini, compresi i compaesani: Quando ho cominciato a fare le prime interviste venivo considerato dagli anziani un esperto per via della mia laurea, ma io a dir la verità di esperienza non ne avevo. E quando dicevo che invece gli esperti erano loro mi rispondevano un po’ sorpresi: “siam sapienti senza accorgercene“. Forse per sfiducia o per eccesso di umiltà, o perché abituati all’idea che sono i dottori gli unici esperti degni di questo nome, spesso questi testimoni preziosi sono inconsapevoli della loro sapienza e pensano di non sapere, oppure pensano che le cose che sanno abbiano poco valore. Ma io ripeto che gli esperti sono loro (p. 10). E ancora: Un gesto che per loro era naturale a me sembrava un’esperienza incredibile, proprio come trovarsi per la prima volta di fronte alla lettera “A” dell’alfabeto, per fare un paragone (p. 13).

Sordo spiega ripetutamente che non è sua intenzione stabilire delle gerarchie di valore tra il prima e il dopo. Non c’è un’età dell’oro ormai sfuggita, oppure a portata di mano, se solo sapessimo sfruttare al meglio il progresso tecnologico. Il meglio non appartiene al prima né al dopo (almeno per come ce lo possiamo immaginare). Piuttosto ci sono i sedimenti di secoli di esperienza di manualità e coesistenza di umanità, fauna, flora, cielo, terra, acqua, fuoco ed aria, perché dappertutto nel mondo l’uomo ha lavorato il legno, utilizzato la pietra, costruito con quel che trovava sul posto, raccolto le erbe commestibili e quelle medicinali, ha creato sistemi per raccogliere l’acqua, ha danzato le proprie danze, cantato i propri canti, celebrato i riti, trasmesso oralmente i saperi, da persona a persona (p. 16).

Questo prontuario potrebbe rivelarsi incredibilmente utile per temperare gli eccessi del presente e ritrovare il significato di un certo modo di stare al mondo più rispettoso di noi stessi e di quello che ci circonda, un filo logico e una trama spirituale che abbiamo perso e, infantilmente, abbiamo deciso che poco importa, perché tanto non ci servivano, in quanto tutto ciò è nuovo si autogiustifica, è migliore per definizione.

Questa nostra superbia la stiamo già pagando (quanta gente conoscete che non faccia uso di medicine, antidolorifici e psicofarmaci, cari lettori?), sebbene ci venga ripetuto che viviamo nel migliore dei mondi possibili (Nel 2013 ogni italiano ha consumato in media 1,7 dosi di farmaci al giorno; Negli Usa 1 persona su 5 assume psicofarmaci; ogni anno muoiono più inglesi per abuso di antidolorifici che eroinomani e cocainomani).

Da una civiltà ciclica, che aveva il senso del limite, dell’equilibrio, delle proporzioni, la consapevolezza che ogni azione ha delle conseguenze e che prima o poi i nodi vengono al pettine, si è arrivati a una società lineare che corre come un treno impazzito su un binario che non si sa dove conduce, convincendosi che non è morto.

Ci siamo lasciati alle spalle violenze, soprusi, abusi, discriminazioni, intolleranze, superstizioni, ecc. e c’è una lodevolissima sensibilità che costringe i potenti ad usare eufemismi come “missione di pace”, “guerra umanitaria”, “tecniche avanzate di interrogatorio”, “flessibilità”, “danni collaterali”, “bombe intelligenti”. Questi eufemismi indicano che l’opinione pubblica condanna quello che un tempo, poche generazioni fa, tollerava.

Di contro, però, ci ricorda Sordo (che ci vede e sente molto bene, con tutti i sensi), la cultura materiale locale non si trasmette quasi più…Non si racconta da una parte e non si ascolta dall’altra, non si fa più vedere come si fa; si è interrotta non solo la trasmissione orale ma anche quella fisica, del fare, della pratica, dell’uomo che fa vedere all’altro come si fa: “dai adesso prova a farlo tu”, perché la memoria non si tramanda solo dalle bocche alle orecchie, ma è anche questione di mani, di piedi, di occhi, di nasi (p. 10).

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Berlino

E una certa perizia manuale unita ad un gusto più attuale e cosmopolita, come continuiamo a ripetere noi di WazArs, è parte integrante di un futuro non solo più buono, ma anche più bello del presente: Se si compie una visita in una città vivace e in costante fermento come Berlino, camminando per le strade si noteranno vetrine di negozi dove ragazzi e ragazze con la macchina da cucire e tanta creatività hanno avviato delle attività di sartoria, un bell’esempio di ripresa di mestieri antichi per creare nuova economia oggi (p. 33).

Un mondo dove le automobili non siano quasi tutte di color bianco, nero o grigio metallizzato e che sia più variamente profumato e meno olezzante del nostro: Una comunità che vede diminuire i suoi profumi è più povera. È in perdita. Per contro l’aumento degli odori cattivi è indicatore di qualcosa che non va, di una comunità non sana, un po’ malata. Il profumo di un paese rivela il suo stato di salute (p. 86).

È un mondo che, per far convivere popoli e culture diverse, ha creato un collante globalista che, in nome del profitto fine a se stesso (non c’è nulla di più dignitoso di questo, dietro alle sue molte maschere) in realtà agisce come un acido che corrode la diversità che conta (quella feconda e creativa) e, simultaneamente, radicalizza quella di cui faremmo volentieri a meno (quella dispotica, chiusa, soffocante, meschina).

Una MegaMacchina che va fermata, prima che ci deturpi (Quando la creatività spaventa – The Giver, il Mondo di Jonas).

Come si fa? In tanti modi. Riscoprendo l’artigianato e la manualità, trascorrendo sempre meno tempo davanti agli schermi (Artigianato ed ecologismo steampunk in Hayao Miyazaki), come pure tornando a vivere il bosco, perché a raccogliere le erbe gratis si ha l’impressione di essere proprio ricchi, ma di una ricchezza diversa. Che è ricchezza delle erbe ma anche delle relazioni umane (p. 87).

Una seconda domanda che mi pongo, sulla base di una mia esperienza in una comune nella Bassa Sassonia, è come sia possibile raggiungere un sufficiente livello di consenso tale da armonizzare personalità, esigenze ed aspirazioni diverse senza un robusto indottrinamento. L’esperimento che ho osservato io dall’interno era assolutamente fallimentare, perché i partecipanti provenivano da ogni continente del mondo e i pregiudizi e preconcetti dominavano le interazioni, generando continui equivoci e anche scoppi di violenza verbale e fisica del tutto ingiustificata.

Mi chiedo anche come vengano allevate le nuove generazioni, in quei “piccoli mondi ideali” come Svanholm. Uno dei problemi più classici, anche lì (cf. Karen T. Litfin, Ecovillages: Lessons for Sustainable Community) è la disputa tra chi considera gli esseri umani come naturalmente erbivori (carnivori per capriccio) e chi invece li considera onnivori (perché tali siamo stati per l’intero nostro percorso evolutivo) e non tollera l’idea che dei genitori impongano una dieta restrittiva a dei bambini piccoli. Altre dispute possono riguardare l’impatto del cambiamento climatico, le energie rinnovabili, l’uso delle nuove tecnologie, ecc.

Come in un ologramma, la microsfera di un ecovillaggio rispecchia la macrosfera del pianeta.

Questa è la principale sfida della civiltà umana per questo millennio.

Non ci sarà da annoiarsi!

 

Sito web di Nicola Sordo

http://www.nicolasordo.it/

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