H&M a Trento vs. Salewa a Bolzano: moda etica, consumo critico

1385730197342Adesso è ufficiale: a breve sarà aperta a Trento in via Oss Mazzurana 57, una filiale della catena d’abbigliamento H&M, nota a livello nazionale per il suo “ business concept di moda e qualità al miglior prezzo”, come si può leggere nel comunicato stampa diffuso nella giornata di ieri. Sarà il centoventesimo punto vendita, di una catena presente in cinquantaquattro nazioni, arrivata in Italia nel 2003.

Ora è ufficiale: H&M sbarca a Trento, Il Trentino, 23 settembre 2014

Al giorno d’oggi, quando uno compra un diamante, cerca anche di capire la sua provenienza, accertandosi che non sia insanguinato (Il contrasto al traffico di ‘diamanti insanguinati’, fra guerre civili e violazioni dei diritti umani, Diritti umani e diritto internazionale, 2010).

È una buona pratica che dovrebbe essere estesa ad ogni nostro acquisto (es. come scegliere le uova).

Hennes & Mauritz (H&M) è il secondo colosso mondiale, dietro Zara, della fast fashion. Per battere la concorrenza ha effettuato un riposizionamento d’immagine, dichiarandosi ecosostenibile e rispettosa dei diritti umani dei lavoratori del Terzo Mondo, senza i quali (lavoratori a bassissimo costo) non esisterebbe il prêt-à-porter (Le verità sul mondo della moda, Huffington Post, 25 agosto 2014). Anche se questo fosse vero – e non è da escludere: gli scandali sono disastrosi per una multinazionale – quest’obiettivo è chiaramente utopico: la fast fashion è intrinsecamente insostenibile.

Non è semplicemente possibile vendere decine di milioni di capi di abbigliamento ogni anno a basso prezzo senza riempire le discariche (obsolescenza programmata), usare materie prime e trattamenti chimici qualitativamente svantaggiosi per il consumatore e per l’ambiente, corrispondere retribuzioni per nulla dignitose ed ostacolare la crescita di un vigoroso movimento locale di tutela sanitaria e salariale.

Tshirt_price_componentsIn un mercato a forte competitività si può ridurre il proprio impatto, ma il profitto e la crescita del fatturato verranno sempre prima di tutto il resto, indipendentemente dalla coscienziosità e buona volontà di chi, all’interno di H&M, ce la mette tutta per migliorare le cose.

La realtà è che il costo del lavoro difficilmente eccede il 3% del prezzo del prodotto fast fashion che compriamo. In generale se io spendo 8 euro per una maglietta il lavoratore che l’ha prodotta guadagna 24 centesimi. Un cambogiano deve lavorare due ore per poter comprare un chilo di riso, un lavoratore norvegese nello stesso settore, con un’ora di lavoro, compra 14 chili di riso. H&M è il maggior acquirente di cotone organico del mondo, ma ne usa solo l’8% per la sua produzione (Response to H&M on “Cheap” and “Ethical” Fashion).

Se i salari fossero raddoppiati in tutto il mondo (se fosse solo una nazione a farlo, come in Cina, servirebbe a poco, perché le industrie si spostano altrove e i governi dei paesi poveri sono sotto ricatto: non possono permettersi di scatenare una fuga delle multinazionali), i profitti sarebbero ancora ragguardevoli: persino il Washington Post ammette che non ci sarebbero alcun tracollo, anzi (Economists disagree on whether the minimum wage kills jobs. Why? Washington Post, 14 febbraio 2013)

Ciò nonostante si continuano ad inventare scuse incredibili per schiavizzare milioni di esseri umani e placare le coscienze dei consumatori occidentali (10 Biggest Excuses For Not Paying a Living Wage (And Why They Suck).

produci_consumaMilioni di giovani donne e uomini sono costretti a scegliere tra la servitù e la prostituzione. In entrambi casi non hanno alcun controllo sulle proprie esistenze. Sono di fatto, sub-umani (Untermenschen): iniziano a lavorare in tenera età, non hanno un tetto decente sotto cui stare o dormono davanti alla fabbrica, subendo ogni sorta di abuso, senza poter vedere i figli (affidati ai nonni) più di una volta ogni 3-4 anni.

L’assurdo è che in questo modo i mercati interni dei paesi in via di sviluppo sono troppo immiseriti per poter importare i nostri prodotti e quindi il circolo vizioso favorisce una minuscola minoranza di ricchi a scapito dell’intera popolazione mondiale, con le condizioni dei lavoratori che si aggravano in tutte le nazioni, anche in quelle più prospere. Questo ha senso solo in un mondo sociopatizzato in cui è utile e naturale sfruttare la disperazione delle masse.

Un ulteriore problema è che, a causa della moda economica, le persone continuano a comprare capi di abbigliamento che rimarranno inutilizzati e hanno perso il gusto di rinnovare il guardaroba per conto loro, manualmente, ingegnandosi e facendo un po’ di upcycling con quel che già hanno (moda fai-da-te, DIY). Perciò non solo chi produce, ma anche chi compra ha subito un’involuzione della sua umanità (The problem with fast fashion – and how to fix it, Guardian, 13 agosto 2014).

Gli esempi sono innumerevoli e non riguardano solo H&M, che non è peggiore degli altri marchi concorrenti, inclusi quelli italiani, che non pensano di avere alcun dovere di trasparenza. Anche il lusso non è messo meglio (250 profili etici delle industrie dell’abbigliamento).

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INDIA

Bambine e adolescenti che lavorano senza contratto, chiuse in fabbrica, con settimane di più di 72 ore e un salario di 0.88 euri al giorno di cui potranno disporre solo dopo aver lavorato da tre a cinque anni, e solo per pagare la dote matrimoniale. È lo sporco scenario di lavoro di migliaia di ragazzette operaie dello Stato di Tamil Nadu, nel sud dell’India. Condizioni che sfiorano la schiavitù, imposte dalle imprese tessili che gestiscono sul territorio la produzione di abbigliamento e biancheria intima di grandi firme internazionali, tra cui… un bel numero di giganti mondiali della moda sospetti di presunti contatti con la rete del lavoro in schiavitù. Tra essi, Tommy Hilfiger, Timberland, H&M, Marks&Spencer, Diesel, Gap, C&A, El Corte Inglés, Inditex (Zara), Cortefiel, il Gruppo COIN…

Le bambine operaie e la guerra dei marchi, Articolo 21, 29 marzo 2012

ETIOPIA

A causa della crescita dei salari cinesi (quintuplicati), H&M, come altre aziende (anche cinesi) ha scelto di delocalizzare la sua produzione cinese in Etiopia (L’Éthiopie: nouvelle zone d’exploitation massive pour H&M)

H&M paga da 3 a 5 milioni di dollari le supermodelle da associare al suo brand.

CAMBOGIA

Un paese con un’importante presenza di H&M. Chi protesta per gli infimi salari e l’assenza di diritti rischia la vita (Cambodia’s garment factory workers: Ripe for exploitation).

Una giovanissima blogger norvegese ha denunciato le disumane condizione delle aziende cambogiane che producono per conto del colosso H&M.

Il programma di reality TV norvegese al quale ha partecipato e che le ha aperto gli occhi ricalca un programma della BBC (Blood, Sweat and T-Shirts) che ci era molto piaciuto (anche se faceva inorridire): ragazzi dell’Occidente benestante catapultati nel Terzo Mondo per vivere le condizioni di esistenza e lavoro di chi produce le cose che comprano a basso costo.

L’unico neo era che alcuni di loro alla fine si convincevano che comunque se non avessero comprato quelle merci gli sfruttati avrebbero perso anche quella minuscola fonte di sostenimento. Non era certo questa la morale da ricavare da quella esperienza.

La blogger gola profonda che ha spifferato tutto si è anche resa conto del potere delle multinazionali: gli svedesi di H&M, per via di un contratto, sono riusciti a mettere il bavaglio a un quotidiano norvegese (Cosa si nasconde dietro i vestiti di H&M? La blogger 17enne svela il segreto).

BANGLADESH

Dopo il terribile incendio di Dacca che è costato la vita a decine di lavoratori, i risarcimenti stentano ad arrivare (Bangladesh, ancora nessun risarcimento alle vittime dell’incendio da Piazza Italia e Walmart, Repubblica 27 novembre 2013) e un’inchiesta della BBC ha mostrato che Lidl, H&M e Gap hanno fatto pochissimo per migliorare le condizioni di lavoro locali, a dispetto delle solenni promesse. Si lavora fino a 19 ore al giorno, non è raro che gli operai vengano tenuti chiusi dentro gli stabilimenti, se scoppia un incendio alcuni muoiono intossicati o bruciati vivi (Bangladesh clothing workers still exploited, five months after factory fire, Panorama investigation finds, the Independent, 25 settembre 2013).

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L’UNICA SOLUZIONE È UN NUOVO ABOLIZIONISMO

Non ti pare che si stia creando una distanza persino nella conformazione fisica esteriore tra una super e una infra-umanità? Non è razzismo, perché attraversa tutte le popolazioni d’ogni colore. Ha invece qualcosa di nietzscheano. La ricchezza e la povertà, con l’accesso o l’esclusione a cure, trapianti, trattamenti d’ogni genere, mai forse come ora – o comunque mai visibilmente come ora – si trasformano in differenze di corpi e di prospettive di vita- […]. Possiamo parlare ancora di “umanità”, al singolare? Un orrore che non ha nemmeno lontanamente a che vedere con la differenza di vita esistente un tempo tra un proletario e un borghese nelle nostre società. La stirpe umana si sta dividendo tra un sopra e un sotto biologico, come conseguenza d’un sopra-sotto sociale, e questa divisione è a tutti evidente. […]. E vuoi che prima o poi questa tensione, una volta che l’ideologia si congiunga con la tecnologia della violenza in una dimensione mondiale, non possa raggiungere un punto di rottura in grado di provocare la catastrofe?”

Gustavo Zagrebelsky, “La felicità della democrazia: un dialogo”, 2011, p. 42

C’è un unico modo di porre fine a questo abominio, che è a tutti gli effetti una forma di schiavismo. Bisogna organizzarsi e dire: BASTA! (TTIP contro Commercio Equo e Solidale, WazArs, 19 febbraio 2015).

Questo BASTA! può prendere varie forme, ma è necessario: se non lo facciamo per i nostri fratelli e sorelle di pelle più scura, presto toccherà anche a noi (Dall’Amazon alla Fiat alla Ikea, sfruttati e controllati, la globalizzazione delle ingiustizie sul lavoro che sta colpendo l’Europa, Huffington Post, 20 Aprile 2013).

Salewa, Bolzano

Salewa, Bolzano

1. La prima cosa da fare, la più facile, immediata e non meno efficace di altre, è premiare le aziende virtuose:

SALEWA, UN’AZIENDA ETICA

Esistono delle alternative. Lo dimostra la Salewa di Bolzano, che merita tutta la nostra stima:

Il Gruppo Oberalp con i suoi brand SALEWA, DYNAFIT, Wild Country e POMOCA affronta questo compito e definisce quest’anno importanti pietre miliari nell’ambito di una maggiore responsabilità aziendale. Per poter lavorare intensamente a un miglioramento delle condizioni di lavoro dei propri fornitori, il 25 settembre il Gruppo Oberalp è diventato membro, con i brand SALEWA e DYNAFIT, della Fairwear Foundation (FWF)…I membri devono sottoscrivere 8 esaustivi punti, i cosiddetti “FWF Code of Labour Practises”, basati sui principi dell’ONU e dell’ILO. In un report annuale vengono documentati i progressi dei membri nell’implementazione di tale Codice all’interno della loro catena di fornitura. Anche il Gruppo Oberalp stilerà una relazione sui progressi nella sua collaborazione con i fornitori. Perché, secondo l’approccio della FWF, c’è una responsabilità comune tra il brand del committente e le singole aziende produttrici. Vogliamo affrontare questa sfida con il sostegno della FWF.

http://www.salewa.it/it/csr/fairwear%20foundation%20%28fwf%29-1

Bcb99EiCYAA32Pt2. La seconda cosa che possiamo fare è esercitare pressioni sui nostri rappresentati a Strasburgo-Bruxelles, come si fa negli USA.

Le grandi nazioni importatrici devono mettersi d’accordo e stabilire pesantissimi dazi su merci prodotte in maniera ecologicamente e socialmente insostenibile. Altrimenti non ci sarà mai alcun incentivo all’aumento dei salari e al miglioramento delle condizioni di lavoro nei paesi emergenti, dove non esistono sindacati o avvocati in grado di difendere questi esseri umani degradati.

Se ci fosse la volontà questa misura sarebbe realizzata nel giro di pochissimi mesi, ma è sicuramente osteggiata da chi vede i campi di lavoro – dalle piantagioni di cotone degli schiavisti ad Auschwitz – come un’opportunità e non come un abominio (è l’unico termine adatto ed è bene riscoprirlo).

Auschwitz non è un’aberrazione ma il culmine di una tradizione schiavista (Slave labour at Auschwitz used by Ford, Independent, 20 agosto 1999; How Bush’s grandfather helped Hitler’s rise to power, Guardian, 25 settembre 2004; C’era l’Ibm dietro l’olocausto. Dal bestseller al film di Brad Pitt, il Tirreno, 16 settembre 2012; Olocausto, gli affaristi chimici e siderurgici, la Gazzetta del Mezzogorno, 29 gennaio 2013). Il paradigma della società di dominio totale resta una tentazione permanente di ogni sistema in cui il potere si accentri e si espanda senza limiti. Una volta che un sistema di dominio totale ha dimostrato in modo così eclatante la sua “efficacia”, rimarrà, per alcuni, un modello da imitare, o “perfezionare”.

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UN MONDO POST-SCHIAVISTA

Non dobbiamo accettare una società costruita intorno a convenzioni che discriminano gli uni e avvantaggiano gli altri e che, trasmesse di generazione in generazione, finiscono per apparire come un fatto naturale, un prodotto dell’evoluzione che l’uomo non ha il diritto di contestare e cambiare (The human spirit is enslaved, but “creatives” are no abolitionists).

Le nostre tribù non devono restare separate; ciò che ci distingue non è l’essenza di quel che siamo. Esiste una comune umanità, un comune spirito che trascende i confini e i muri insormontabili che ci imponiamo e che crediamo possano giustificare lo sfruttamento, la prevaricazione, la tracotanza, la violenza, l’egoismo. La storia non deve per forza essere l’arena in cui il forte sopprime il debole (Cloud Atlas – uno studio antropologico del libro e del film).

L’umanità può elevarsi al di sopra della legge della giungla, razze e credenze diverse possono cooperare, ci possono essere governanti giusti, la violenza può essere arginata, i potenti devono rispondere delle loro azioni, le ricchezze della terra e degli oceani debbono essere condivise equamente (Il nuovo abolizionismo: ricetta per un’economia forte e una finanza sana, FuturAbles, 19 marzo 2014)

Siamo tutti uguali, eppure tutti diversi, come lo sono i fratelli, anche i gemelli.

C’è un legame occulto, ma vibrante, tra il tuo e il mio, tra me e te: siamo ospiti di questo pianeta. Siamo provvisori, nomadi, votati alla scomparsa. Questo legame ha poco a che vedere con la pietà, ma piuttosto con il rispetto e la devozione per l’ospite, nel quale riconosco l’estraneità che alberga in me stesso. Siamo ospiti su questo pianeta. Avrei potuto essere al posto di qualcun altro, nei campi di lavoro del Terzo Mondo.

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