L’Apocalisse e l’arte delle cattedrali gotiche (II) – siamo tutti Adamo ed Eva

godadam

“Io ve l’ho detto. Se poi volete fare di testa vostra…” Dio, rivolgendosi ad Adamo ed Eva

I suoi discepoli dissero, “Quando ci apparirai, e quando tornerai a visitarci?” Gesù disse, “Quando vi spoglierete senza vergognarvi, e metterete i vostri abiti sotto i piedi come bambini e li distruggerete, allora vedrete il figlio di colui che vive e non avrete timore”.

Vangelo di Tommaso, 37

 

Il racconto biblico di Adamo ed Eva è un mito ed i miti rivelano motivi archetipici, ossia profonde verità sulla condizione umana che spesso, nella nostra quotidianità, ci sfuggono.

Esso trova numerose corrispondenze nell’area medio-orientale e mediterranea (cf. Pandora) e ci aiuta a capire come una parte dell’umanità abbia immaginato la condizione umana prima della Caduta e quale legame con le sculture e le vetrate che adornano le cattedrali gotiche.

 

Enkidu, un’importante figura mitologica sumera, era un uomo coperto di peli e capelli lunghissimi che viveva fuori dalla cerchia delle mura di Uruk e “brucava l’erba insieme con le gazzelle, si affollava con le bestie selvatiche alle pozze d’acqua e gioiva in compagnia degli animali” (J. Campbell, “Mitologia Occidentale”, 1992).

Un giorno fu scorto da un giovane cacciatore che si rivolse al re di Uruk, Gilgamesh, per chiedergli come doveva comportarsi con lui. Gilgamesh lo consigliò di portare con sé una prostituta del tempio (Lilith?) e presentarla a quest’Uomo Selvaggio in tutta la sua nuda bellezza: “Sarà tentato, cederà alle sue grazie e da quel momento in poi gli animali lo eviteranno”.

Enkidu, proprio come l’Adamo biblico, “mangiò la mela”: “Per sei giorni e sei notti Enkidu giacque con la donna del tempio, dopodiché ritornò fra gli animali. Ma questi lo fuggirono ed Enkidu se ne stupì. Il suo corpo era indolenzito, le ginocchia si piegavano – egli non era più come prima e non poteva raggiungere gli animali” (Campbell, ibid.).

Ad Enkidu non rimase che rassegnarsi alla sua nuova condizione e cercare rifugio all’interno della città, finendo per diventare il migliore amico e consigliere del re Gilgamesh.

Adamo è anche ricollegabile al sumero Adapa, grande saggio che perse l’opportunità di diventare immortale perché si fidò del dio Enki, creatore dell’umanità (e salvatore dell’umanità al tempo del Diluvio) e sostenitore della tesi che la morte è una componente fondamentale dell’esperienza umana, non qualcosa da rifuggire con orrore. Allo stesso modo Gilgamesh non riesce a conquistare l’immortalità per via di un serpente che gliela ruba.

 

È forse da una libera interpretazione di questi miti che nasce la narrazione della cacciata dal Paradiso Terrestre.

Tuttavia, se la prendiamo in esame più attentamente scopriamo che essa è simbolicamente e semanticamente molto più feconda.

Vi propongo un’interpretazione che deve molto al magnifico John Milton, al critico letterario statunitense Stanley Fish (1967), al filosofo francese Jean-Marc Rouvière (Rouvière 2009) e al filosofo statunitense George Kateb (2006).

Nell’Eden Adamo è fuori della storia, vive nell’armonia perché nulla gli è d’ostacolo, nulla gli impedisce di essere e di mantenersi nella sua condizione originale e permanente. È l’Età dell’Oro e lui è come se non avesse un corpo, come se fosse solo parzialmente incarnato. Infatti, poco prima di cacciarli, “l’Eterno Iddio fece ad Adamo e alla sua moglie delle tuniche di pelle, e li vestì” (Genesi: 3, 21).

Prima di indossare codesti “abiti di pelle” e prima di aver mangiato la mela, la coppia non si rendeva neppure conto di essere nuda. È la carne che ci situa temporalmente e spazialmente, che forma il mondo attorno a noi, che ingenera le determinazioni sessuali, culturali, sociali e dunque morali che a volta ci fanno scannare l’un l’altro.

Adamo ed Eva non conoscono il bene e il male perché sono in comunione con Dio, con la Verità, non sanno cosa significa distanziarsi da essa e dover discernere con fatica, commettendo innumerevoli errori, il vero dal falso e il bene dal male. È fuori dalla sfera etica perché è completamente immerso nel vero, nella purezza e nell’innocenza.

Adamo è però comunque libero e consapevole: gli è concessa la scelta di non servire Dio come suo giardiniere. È lui ad accettare il suo ruolo: nomina tutte le cose e gli animali, accoglie la presenza di Eva come se fosse la cosa più naturale del mondo, ma alla fine rifiuta la proibizione di mangiare la mela; diritto, questo, che gli era pienamente concesso. Adamo è un uomo disinteressato e privo di vanità, fino al momento in cui cede alla tentazione.

Come vedremo, il tema della tentazione è la chiave di lettura del simbolo del labirinto, molto frequente nelle cattedrali. Adamo compie il bene perché contempla incessantemente il bello in una dimensione in cui predestinazione e libertà sono identiche. Il serpente (che nell’iconografia del tempo e poi rinascimentale ha spesso una testa umana, bionda, come gli angeli caduti) tenta lui ed Eva promettendo loro che diventeranno come Dio: una promessa ridicola, dato che il serpente stesso non l’aveva certo attuata.

La Caduta significa che Adamo ed Eva perdono la facoltà di vedere la realtà da molteplici punti di vista e diventano frammenti, si soggettivizzano: “io prima di tutto il resto!”

Di qui il distanziamento da Dio, la fine della comunità con Dio e con gli animali e la natura tutta.

Non è solo una brama di sensualità fine a se stessa: la coppia aveva a disposizione tutto l’Eden, incluso l’Albero della Vita Eterna, che fino ad allora non gli era stato negato, e viveva in una condizione di perfetta letizia. Essendo in comunione con Dio, non mancavano di nulla, tranne lo status di “dio”. Senza il serpente tentatore non si sarebbero mai neppure accorti di una “mancanza” a cui sopperire.

Fu dunque un atto di sfida, di orgoglio, che emulava quello del serpente stesso, un angelo caduto che era perfettamente consapevole della risibilità della sua promessa, ma si compiacque di trascinare nell’abisso degli innocenti, forse un po’ gonzi nella loro innocenza. Il ragionamento del serpente è grosso modo questo: “amo” Dio ma gli preferisco me stesso. Il suo ordine mi sta bene, ma preferisco essere io a gestirlo, perché non mi fido del tutto di lui. Mi fido più di me stesso. Posso fare meglio di lui, se mi doto di una conoscenza assoluta e di una vita eterna. Posso prenderne il posto e fare meglio, perché è chiaro che lui non è interessato a intervenire, mentre quaggiù s’ha da interferire con la Creazione, per migliorarla.

Adamo fa sua questa prospettiva, non riesce più a concepire il cosmo come un’entità che ha senso solo nella sacralità del libero arbitrio, e nella convergenza della molteplicità dei punti di vista. Così facendo, invece di liberarsi, s’imprigiona, entra nella storia, nel tempo, nel decadimento e nella morte, nella sofferenza, nel travaglio. Perde l’innocenza, la sua prospettiva morale diventa soggettiva: allontanato dalla Verità, non sa più cosa sia giusto fare, vive in una perenne tensione tra il bene che dovrebbe fare ed il male che fa. I suoi stessi figli commetteranno il primo omicidio, un fratricidio.

 

L’aspetto forse più stimolante della questione, in relazione al mistero delle cattedrali, è che l’esilio non trasferisce la coppia primigenia altrove.

Essa rimane nei paraggi: è infatti necessaria la presenza di un angelo con la spada fiammeggiante per tenerla lontana. L’Eden è sulla Terra, come credeva anche Cristoforo Colombo, tra i tanti. Qualcosa prima impediva ad Adamo ed Eva di rendersi conto dell’esistenza di un mondo “esterno”. Ora qualcos’altro impedisce loro di rientrare nel Giardino. È come se Adamo ed Eva non vedessero più quel che vedevano prima, come se usassero occhi diversi. Forse si trovavano ancora nello stesso posto, nell’Eden, ma non lo vedevano più come prima, come un Paradiso Terrestre. È la sorte di una persona che perde l’uso della vista o la percezione dei colori e, essendo circondato da altre persone con la stessa disabilità, alla fine si convince che il mondo è sempre stato come lo si vede (non vede) ora.

La loro/nostra prospettiva si era ristretta drasticamente: una vera e propria automutilazione, autolobotomizzazione. Se avessero potuto abbandonare questa prospettiva egocentrica forse sarebbero stati come gatti nella notte: avrebbero visto che l’Eden era ancora a portata di mano.

A mio avviso le cattedrali gotiche sono state edificate a questo scopo: aiutarci a reintegrare le facoltà perdute attraverso la loro bellezza e armonia.

L’Apocalisse e l’arte delle cattedrali gotiche (I)

FONTI

Joseph Campbell, Le maschere di Dio: Mitologia occidentale, Milano: Mondadori, 1992.

Stanley Fish, Surpris’d by Sin: The Reader in Paradise Lost, New York: Macmillan, 1967.

George Kateb, Patriotism and Other Mistakes, New Haven, Conn.: Yale University Press, 2006.

Jean-Marc Rouvière, Adam ou l’innocence en personne, Paris: L’Harmattan, 2009.

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