Scontro di inciviltà o incontro di civiltà? Armageddon o Pace?

'Migrant 8', Hayv Kahraman, 2010

‘Migrant 8’, Hayv Kahraman, 2010

Todd, analizzate le mappe sulla partecipazione alle manifestazioni dell’11 gennaio dopo la carneficina nella sede del giornale satirico Charlie Hebdo e all’ hyper cacher ebraico, arriva alla conclusione che a sfilare è stata la Francia retrograda e reazionaria. Nei cortei c’era, secondo l’autore, il blocco egemone MAZ, acronimo che sta per classe Media, persone Anziane e cattolici Zombie, il cui capo è il presidente della Repubblica François Hollande. Un blocco che non si batte per l’uguaglianza, caposaldo della République, ma per l’esclusione delle categorie svantaggiate, operai e musulmani, che infatti erano assenti dalle sfilate. Secondo Emmanuel Todd è proprio «l’ostilità del gruppo dominante verso l’Islam che produce l’aumento dell’antisemitismo tra i dominati musulmani».

Emmanuel Todd: “Charlie Hebdo è reazionario”, l’Espresso,  14 maggio 2015

Un esempio di come il dialogo possa davvero edificare e costruire ponti, viene dalla recente decisione degli Stati Uniti d’America e di Cuba di porre fine ad un silenzio reciproco durato oltre mezzo secolo e di riavvicinarsi per il bene dei rispettivi cittadini. Nel perdurante clima di incertezza sociale, politica ed economica il popolo italiano non ceda al disimpegno e alla tentazione dello scontro.

Papa Francesco, Papa Francesco: Strage di Charlie Hebdo frutto di “una cultura che rigetta l’altro”, 12 gennaio 2015

Abbiamo parlato in precedenza dell’importanza del discorso religioso e vorrei ribadire che non stiamo facendo abbastanza per quanto riguarda il vero discorso religioso. Non c’è mai stato un problema con la nostra fede. Forse il problema sta nell’ideologia e questa ideologia viene santificata tra di noi. Sto parlando di discorso religioso che sia in linea con i suoi tempi. […]. Mi rivolgo agli studiosi della religione e alle autorità religiose. Dobbiamo rivolgere uno sguardo attento e lucido alla situazione attuale. È inconcepibile che l’ideologia che noi santifichiamo faccia della nostra intera nazione una fonte di preoccupazione, pericolo, morte e distruzione nel mondo intero. Non mi riferisco alla “religione” bensì alla “ideologia” – il corpo di idee e di testi che abbiamo santificato nel corso di secoli, al punto che rimetterli in discussione diventa difficile.

Abbiamo raggiunto il punto in cui questa ideologia è ostile al mondo intero. È concepibile che 1,6 miliardi di musulmani uccidano il resto della popolazione mondiale, per vivere da soli? È inconcepibile. Io dico queste cose qui ad Al-Azhar davanti ad autorità religiose e studiosi. Che Allah possa testimoniare nel Giorno del Giudizio della sincerità delle vostre intenzioni, riguardo a quello che vi dico oggi. Non potete vedere le cose con chiarezza quando siete imprigionati in questa ideologia. Dovete uscirne e guardare le cose da fuori, per avvicinarvi a una visione illuminata. Dovete opporvi a questa ideologia con determinazione. Abbiamo bisogno di rivoluzionare la nostra religione.

Onorevole Imam (Gran Sceicco di Al-Azhar, ndr), voi siete responsabile davanti ad Allah. Il mondo intero aspetta le vostre parole, perché la nazione islamica è lacerata, distrutta, avviata alla rovina. Noi stessi la stiamo conducendo alla rovina.

Presidente egiziano Al-Sisi, Il discorso del presidente egiziano Al-Sisi contro le ideologie integraliste, 28 dicembre 2014

È sconfortante vedere gli appelli alla comunità musulmana affinché denunciasse il terrorismo. È sconfortante vedere giornalisti mettere in evidenza le storie dei musulmani “buoni”, come se la bontà fosse l’eccezione alla regola di un intero popolo

Roxane Gay, If je ne suis pas Charlie, am I a bad person? Nuance gets lost in groupthink, Guardian, 12 gennaio 2015

Pensando e ripensando non trovo altro fondamento della democrazia che questo: il rispetto di sé. La democrazia è l’unica forma di reggimento politico che rispetta la mia dignità, mi riconosce capace di discutere e decidere sulla mia vita pubblica…Ma non basta il rispetto di sé, occorre anche il riconoscimento, negli altri, della medesima dignità che riconosciamo in noi. Il motto della democrazia dovrebbe essere: “rispetta il prossimo tuo come te stesso”.  

Gustavo Zagrebelsky, “Imparare democrazia”, 2007

Tappeti da meditazione sufi di Waqas Kahn

Tappeti da meditazione sufi di Waqas Kahn

Il 2015 sarà un anno trasformativo, ma estremamente problematico, per mille ragioni (No ai seminatori di zizzania, istigatori di paura, fomentatori di scontri di inciviltà, FuturAbles, 10 gennaio 2015; The Great Human Renaissance – Towards a New World Order, FuturAbles, 9 gennaio 2015).

Qualcuno già propone soluzioni radicali al problema islamico (Dove sta andando la Francia? Dove sta andando l’Occidente? FuturAbles, 11 gennaio 2015), rimettendo in discussione gli stessi principi fondatori delle democrazia costituzionali occidentali sotto attacco da parte dei fondamentalisti di ogni risma (Breivik incluso).

Gli attentati di Parigi e le moschee attaccate in Francia e Turchia sembrano essere solo un triste preludio a una fase di forte conflittualità che non va accettata fatalisticamente.

Ciascuno di noi ha il compito di usare la cultura, la fantasia, l’arte per gettare ponti e porgere una mano da stringere, non per spargere diffidenza e odio e caricare pugni.

Istanbul Contrast, delle sorelle Ece e Ayşe Ege

Istanbul Contrast, delle sorelle Ece e Ayşe Ege

Questo non solo per il bene degli ebrei e dei musulmani, ma per il bene di noi tutti.

Un ripiegamento etnocentrico e ultra-securitario europeo (Stretta sui controlli alle frontiere. La misura divide i governi europei, Corriere della Sera, 12 gennaio 2015); un conflitto generalizzato in Medio Oriente che si risolverebbe in una nube tossica che non si fermerebbe certo localmente (Erdogan contro Netanyahu, che ha “osato” essere a marcia Parigi, Askanews, 12 gennaio 2015; Francesco a Parigi: dal “terrorismo di Stato” alla “cultura dello scarto”, L’Espresso, 12 gennaio 2015); dei pogrom anti-islamici o anti-ebraici in Europa (Più di cinquanta attacchi contro luoghi di culto musulmani in Francia, l’Internazionale, 12 gennaio 2015; Svezia più intollerante, in un anno dodici attacchi alle moschee, EuroNews, 27 dicembre 2014; Cosa pensano gli europei di musulmani, ebrei e rom, Huffington Post, 14 maggio 2014); oppure l’ennesima Guerra al Terrore su vasta scala. Questi sviluppi lancerebbero un terribile messaggio al mondo: l’Occidente è barbarie, l’Occidente è un pericolo per noi tutti, come al tempo del colonialismo.

Il tema che già si è imposto nei discorsi politici è la guerra, qualunque cosa questa parola possa significare nella situazione in cui ci troviamo. Siamo solo all’inizio, perché su questa parola si giocano interessi politici ed elettorali che fanno leva su istinti e divisioni primordiali: amico-nemico, scontro di civiltà. Anzi, civiltà contro barbarie. Davvero siamo come a Poitiers nel 732, a Vienna nel 1529, a Lepanto nel 1571? Basta porre la domanda per comprendere che parlare di guerra è un puro nonsenso. Serve solo a mobilitare irrazionalmente l’opinione pubblica interna, per ragioni di lotta politica, come stanno facendo i partiti e i movimenti nazionalisti xenofobi che speculano sulla paura e illudono con la promessa che «la guerra» sia la risposta risolutiva…Il primo effetto d’una guerra dichiarata genericamente contro l’Islam sarebbe di compattare in un unico fronte nemico gli islamici che vivono nei nostri Paesi e che, bene o male, vi si sono integrati. Sarebbero questi le prime vittime: atti di violenza nei loro confronti; e sarebbero nuove reclute: atti di violenza come ritorsione. Odio su odio. Se ci si vuole imbarbarire e dare argomenti all’islamismo presso persone che ne sarebbero immuni, questa è la strada sicura…Questo è il momento della ragione, e la ragione dice non guerra, ma controlli, indagini e azioni di polizia. Tra azioni di guerra e azioni di polizia c’è la differenza che le prime sono rivolte indifferenziatamente contro «il nemico » e le seconde, selettivamente, contro i delinquenti, le loro organizzazioni, i loro addestratori e finanziatori.

Gustavo Zagrebelsky, “Le risposte dell’Occidente oltre lo scontro di civiltà”, Repubblica, 12 gennaio 2015

La lotta al terrorismo si fa con un dialogo accompagnato da una politica di aiuti, con rapporti economici e politici quotidiani. Non si vince con azioni militari. L’opzione bellica non ha avuto e non ha mai senso. Non c’è un caso, un solo caso, dove abbia portato risultati. È stato così in Afghanistan e in Iraq. E sarebbe così in Libia: l’emergenza libica deve essere risolta obbligando tutte le rappresentanze libiche a sedersi a un tavolo allargato. E questa offensiva diplomatica deve essere facilitata dal ruolo di Paesi esterni e favorita dall’Europa e dall’Onu.

Romano Prodi, Prodi: «L’Is? È frutto della guerra», Avvenire, 13 gennaio 2015

Tappeto di Cemento di Nada Debs

Tappeto di Cemento di Nada Debs

Malauguratamente, molti stigmatizzano la presunta morbidezza di papa Francesco nei confronti dell’Islam (Introvigne: «Folle usare la strage di Parigi per attaccare il Papa», 8 gennaio 2015). Da più parti si lamenta la distanza che separa Bergoglio da Ratzinger, che pronunciò il discorso di Ratisbona, interpretato in maniera piuttosto parziale e anti-islamica (Il discorso di Ratisbona e la strage di Parigi, 8 gennaio 2015).

È tornato in voga il mantra dello Scontro di Civiltà, che ottunde la mente e accende gli animi.

È grave ed è pericoloso, perché milioni di fondamentalisti cristiani, ebrei, islamici sunniti e sciiti credono alla necessità di addivenire a un Armageddon, la battaglia finale delle forze del bene e del male che si svolgerà in Medio Oriente, preparando l’avvento del rispettivo Messia.

Questo terribile virus ideologico millenarista è, in pratica, una profezia che esige di auto-avverarsi, perché una non minuscola porzione dell’umanità monoteista lo richiede a gran voce (Isis, propaganda jihadista passa attraverso un settimanale: “Vogliamo l’Armageddon”, Fatto Quotidiano, 17 settembre 2014; “L’anno prossimo a Gerusalemme”: Gerusalemme nel millenarismo catastrofico).

'Ya Ali Madad' (series), Khosrow Hassanzadeh, 2008

‘Ya Ali Madad’ (series), Khosrow Hassanzadeh, 2008

Dopo questi fatti di sangue ogni considerazione razionale subisce una robusta svalutazione e la Cultura diventa un programma che determina rigidamente i comportamenti degli esseri umani, non il materiale con cui le persone plasmano la loro società e il loro ruolo in essa.

Ci si dimentica che i musulmani parigini aiutarono gli ebrei a sfuggire ai nazisti nella Parigi occupata.

Ci si dimentica che la quasi totalità dei musulmani ne ha abbastanza di alqaedisti e califfati (A spark of good news from the Mideast, CNN, 10 luglio 2014).

Ci si dimentica che l’82% degli albanesi è musulmano, come il 42% dei bosniaci, il 92% dei kosovari, il 35% dei macedoni, il 21% degli Israeliani (quindi esclusi i Territori Occupati), il 19% dei montenegrini, il 15% dei singaporiani e il 5% della popolazione del Liechtenstein. In Germania vivono 4 milioni di musulmani, negli Stati Uniti risiedono oltre 2 milioni e mezzo di musulmani, in Italia gli abitanti di confessione musulmana sono 1 milione e 600 mila circa.

Canada, Argentina, Spagna, Nepal e Bulgaria si attestano a quota un milione circa.

‘Le Salon’, Hassan Hajjaj, 2009

Alla luce di questi fatti, chi ha una mente non ottenebrata da pregiudizi, potrà capire che in società laiche o non musulmane è perfettamente possibile vivere costruttivamente con i musulmani.

Sono le strumentalizzazioni politiche ad attivare l’identitarismo confessionale (o etnico-razziale: es. Alto Adige).

Laddove queste non esistono, le persone osservano la sapiente norma del “vivi e lascia vivere”.

Nei paesi musulmani è in atto un processo di islamizzazione politica, legato ad aspirazioni identitarie che si riaffermano nelle fasi di forte crisi. Non sta a noi giudicarle ma non possiamo ignorarle. Le società evolvono e ciascuna ha il diritto di scegliere il proprio destino.

Non è certo colpa dei partiti islamici se sono le uniche forze nei paesi arabi che si occupano veramente delle questioni sociali, che cercano di attutire l’impatto della globalizzazione del capitalismo finanziario, di ridurre per quanto possibile le disparità.

Non è tantomeno colpa dei partiti islamici se le classi dirigenti occidentali hanno appoggiato oligarchie corrotte ed autocratiche per decenni, anche a dispetto della contrarietà delle rispettive opinioni pubbliche, perché ne ricavavano qualche vantaggio sostanziale.

Essere musulmani non è una colpa, come non lo è essere nati in un certo luogo ed essere stati allevati in una certa cultura. Per quel che ne sappiamo, nessuno ha deciso di essere nato in un posto piuttosto che in un altro, in un’epoca piuttosto che in un’altra. Per quel che ne sappiamo, nessuno può prevedere chi diventeremo e quale popolo, cultura, nazione, individuo darà il maggior contributo al progresso umano (non misurabile in tecnologia di morte, manipolazione e sorveglianza, OGM, arte/cultura trash, strumenti di speculazione finanziaria, campi di sterminio, medicalizzazione di massa, ecc.).

Con buona pace dei teorici dello scontro di civiltà, non c’è alcun conflitto tra modernità (quale modernità, poi? La modernità di HSBC?) e mondo arabo, tra progresso e Islam. Non esiste una peculiare natura dell’Islam che lo indirizza verso la violenza e il fanatismo. Ci sono solo le forze sociali e storiche che stanno condizionando una regione con problemi complessi.

Seguendo la logica di alcuni, i nonni giapponesi di mia moglie sarebbero stati incompatibili con la modernità, solo perché il Giappone “incontrò delle difficoltà” (eufemismo) nel gestire la pressione occidentale e la sua transizione verso un nuovo paradigma socio-culturale, nello sforzo di non perdere se stesso (Alan Tansman (ed.), The Culture of Japanese Fascism, 2009; Tetsuo Najita, H. D. Harootunian, Japanese revolt against the West, 2008).

Ci rendiamo conto della pochezza dei riferimenti culturali degli “intellettuali” che ci spingono verso l’Armageddon (e magari un giorno ci spiegheranno che lo scontro finale con la Cina è ineluttabile)?

Quando è sotto gli occhi di tutti che un miliardo di musulmani vive la sua fede serenamente ed è in grado di conservare la propria identità e nel contempo rispettare i principi universali che fondano ogni contratto sociale, come si può immaginare che l’Islam possa essere di per sé (e non contestualmente) un fattore di intolleranza?

10690096_990662514282055_8885676889666951024_nLo può fare solo chi non è in grado di osservare obiettivamente la realtà, chi si è dimenticato che certe pratiche deprecabili erano comuni nelle case dei nostri nonni e bisnonni, ma oramai sono rare. Lo può fare solo chi si rifiuta di riconoscere che il buddismo è stato (Vladimir Tikhonov, Torkel Brekke (eds.) Buddhism and violence: militarism and Buddhism in modern Asia, New York: Routledge, 2012; Bernard Faure, Bouddhisme et violence, Paris: Le Cavalier Bleu, 2008; Michael K. Jerryson, Mark Juergensmeyer (eds.), Buddhist Warfare, Oxford: Oxford University Press, 2010 ; Georges Renondeau, «Histoire des moines-guerriers du Japon», in Mélanges publiés par l’Institut des hautes études chinoises, t. 1, Paris, Collège de France, 1957) – e occasionalmente è ancora (Dalai Lama to Myanmar, Sri Lanka Buddhists: Stop violence against Muslims, CNN, 7 July 2014; Le bouddhisme incite-t-il aussi à la haine? Slate, 25 maggio 2013; How an Extremist Buddhist Network Is Sowing Hatred Across Asia, Times, 8 agosto 2014) – un fattore di violenza di massa in Giappone, in Tibet, nel Sud-Est asiatico e nello Sri Lanka e che il capitalismo globalizzato sta causando più morti di stenti e malattie curabili di quanti ne abbiano prodotte nazismo e comunismo.

La spiegazione legata alla strumentalizzazione politica-economica è assolutamente corretta, e vale per l’Islam come vale per il Buddismo (e verosimilmente per il capitalismo).

Generation in Waiting, di Nasser al-Salem

Generation in Waiting, di Nasser al-Salem

Ogni civiltà ha il diritto (e il dovere) di evolvere nei suoi tempi e nei suoi modi e l’Islam lo sta facendo.

È in conseguenza di ciò che subendo gli sconquassi della Grande Trasformazione, con forze antagonistiche che si fronteggiano e radicalismi controrivoluzionari che mirano alla Soluzione Finale, l’Armageddon, lo scontro di (in)civiltà che dovrà stabilire chi potrà arrogarsi il diritto di congelare la Storia.

Purtroppo sono precisamente i pregiudizi a ostacolare il diffondersi di quel rispetto e tolleranza – da entrambe le parti – che possono fermare l’odio e la violenza di una sparuta minoranza.

L’integralismo contagia chi si sente rifiutato, superato e reagisce con un rifiuto uguale e contrario e con una collera crescente, finché non si sentirà parte del presente, trattato con dignità e rispetto.

Dignità e rispetto per la diversità.

La fede in un destino comune per l’umanità, la comprensione della profonda unità delle azioni e aspirazioni umane come precondizione per la cooperazione internazionale, non presuppongono l’uniformazione progressiva di miliardi di persone.

Noi non vogliamo un governo mondiale che pretenda da tutti un comportamento uniforme o un pensiero unico.

Ogni nazione deve poter scegliere il proprio destino.

La vita, per fiorire, su questo pianeta come verosimilmente nel resto dell’universo, ha scelto la biodiversità, le pluricolture. La diversificazione evita di mettere tutte le uova in un solo paniere. La scomparsa di un predatore da un ecosistema produce un effetto a cascata.

Apprezziamo le contaminazioni che fungono da ponti tra le culture e i popoli, ma non esaltiamo il “meticciato”, se questo comporta l’abolizione della diversità.

La mentalità del “chi vince piglia tutto” (mors tua vita mea) ci sta portando all’Armageddon.

L’Islam, Israele, l’Occidente (e il resto dell’umanità) devono accogliere l’esortazione di Al-Sisi.

10384666_10204288083694523_6384322798807215868_nA tutti noi serve un bagno d’umiltà. Dobbiamo una buona volta mettere da parte il nostro desiderio di dominare, i nostri convincimenti di superiorità etnico-razziale, la nostra intolleranza e superbia. Dobbiamo ammettere con noi stessi che abbiamo sbagliato e che dovremo fare meglio.

Addomestichiamo il nostro ego, accettiamo i nostri torti, lodiamo gli altrui meriti, lavoriamo assieme per esaltare le nostre virtù e tenere a bada i vizi.

Chi, se non noi, lo può e lo deve fare?

Se non ora, quando?

'Fashion Week', Soody Sharifi, 2010

‘Fashion Week’, Soody Sharifi, 2010

Aggiornamenti/updates > google+
https://plus.google.com/+StefanoFaitFuturAbles/posts

Advertisements

Leave a Reply - Cosa ne pensa?

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s