Le sinfonie su tela di Matteo Boato

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Matteo Boato

Matteo Boato

Abbiamo incontrato Matteo Boato per la prima volta alla presentazione di una sua mostra al Social Stone di Trento.
La seconda volta al Nagua di Lia Giordani (Lia Giordani, Matteo Boato e un Trentino che non è più lo stesso, WazArs, 11 dicembre 2014).
In quei giorni era però in partenza per la Russia (Matteo Boato, our cultural ambassador in Putin’s Russia, WazArs, 12 dicembre 2014).
Una persona squisita e di grande disponibilità, ci ha aperto le porte del suo studio e ha risposto ad alcune delle nostre domande.

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Al Social Stone

Da dove nasce quest’interesse per gli strumenti ad arco, che è relativamente recente nella sua produzione pittorica?
Due sono stati gli stimoli. L’incipit per gli “Archi” è arrivato da Gianmaria Stelzer, liutaio di Trento, che mi ha commissionato un lavoro pittorico sul tema del violoncello, sullo strumento che lui ama e realizza. Ne è nata una primissima serie di tele di grandi dimensioni che mi hanno riempito la vita di forza espressiva. Tanto che da uno richiesto i quadri sono diventati più di 50. Il secondo motivo è familiare. Con una figlia di nove anni che sta facendo pratica di violino da un anno, è inevitabile che la vita domestica ne sia influenzata. Chi apprende a suonare uno strumento ad arco deve essere seguito dalla famiglia. Io lo faccio anche volentieri, perché suono la chitarra classica e ho anche fatto l’insegnante di questo strumento per dieci anni. Così provo, per quel che mi è possibile, a darle un aiuto nel momento dello studio, soprattutto per quanto concerne l’intonazione.
È diventato un importante punto d’incontro con mia figlia.

E una passione quasi totalizzante.
Io sono uno che crea “a scoppio ritardato”. Mi serve un po’ di tempo per lasciar sedimentare le emozioni. È successo così anche con gli strumenti musicali, decenni dopo il mio percorso di studi al conservatorio finito nel 1992. Attualmente, e da diversi mesi, dipingo solo strumenti ad arco.
Poi c’è da dire che con i colori ad olio su tela ci vuole circa un anno prima che l’opera sia pronta, dopo l’asciugatura. Questo significa che ci sono tempi di attesa abbastanza lunghi prima che io riesca a saggiare la risposta del pubblico.

Una scommessa.
In un certo senso sì. Se mi innamoro di un tema posso arrivare a dipingere 100 pezzi nel corso di un anno. Se però non funzionano mi ritrovo con una spesa non indifferente che non è diventata investimento e un blocco di lavori che mi rimane invenduto. Mi è già successo in passato più volte.

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Al salone Nagua

Non ci sono alternative.
Mi piace anche non essere troppo legato alla risposta del pubblico, farmi guidare dall’ispirazione. Ci sono ben committenti che si aspettano che l’opera sia pronta nel giro di un mese. Quando scoprono che i tempi tecnici sono molto più lunghi alcuni restano interdetti e gettano la spugna scegliendo tra i quadri esistenti, altri si interessano maggiormente al possibile nuovo lavoro. Senza dubbio un anno di asciugatura permette di proteggere le mie idee senza che siano influenzate dalle richieste commerciali del momento.

Gli archi sono comunque piaciuti molto.
Mescolo molti colori, li combino e compongo, per arrivare a ricavare questo marrone del legno. I colori sono fondamentali perché mi permettono di associare sinesteticamente note e cromatismi, in modo da recuperare la dimensione musicale che un quadro di per sé ovviamente non potrebbe rendere. Ora faccio tutto con maggiore consapevolezza. Le pennellate sono e danno il ritmo. Le parti bianche rappresentano le pause. Così genero un profilo sinfonico del mio lavoro che è molto stimolante. Anche i polittici, le serie, hanno quella funzione: nel loro insieme danno forma e vita a una sinfonia, con variazioni nell’esposizione del tema.

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AleDima RECYCLE UNIQUE by Matteo Boato

Prima degli archi ci sono state le case e le piazze.
Sono “nato” ingegnere civile e ho praticato quella professione per alcuni anni, prima a Firenze e poi a Bruxelles. Molti faticano a credere che non sia quella l’origine del filone architettonico. Tuttavia le vere radici sono due: i miei rientri notturni dal lavoro, lungo le strade della periferia di Bruxelles (ho dovuto lavorare sul ricordo, a distanza di anni) e soprattutto l’attenzione all’architettura e all’urbanistica di mio padre.

10615987_10152658004567351_6419738816217051889_nIn ogni caso sono edifici “riletti artisticamente”.
Mi piacere ridare vita ai palazzi del centro storico di Trento. Mi è successo di fermarmi davanti a Palazzo Geremia, ammirarne la bellezza e poi chiedermi: “Ma che cosa mi stai dicendo?”. Ho provato ad ascoltare la loro voce, poi il lavoro si è indirizzato spontaneamente verso le piazze, in modo piuttosto naturale.

Come mai?
Perché le piazze sono un tema e un luogo fondamentale per il mio vivere in una città. Ho iniziato usando molti colori, poi via via li ho tolti, ma senza arrivare al bianconero. Le mie narrazioni architettonico-urbanistiche mi sono servite come pretesto per parlare dell’uomo, più che degli edifici. I miei quadri sono pieni di tracce, segni lasciati dalle vite di chi è passato di lì. C’è una sovrapposizione temporale tra il passato e il presente.

10649573_10152658004662351_2839014320662379153_nE ci sono le macchie di colore che catturano l’attenzione di chi guarda.
Sono vere e proprie porte d’accesso all’opera, che non è descrittiva. La prospettiva aerea sembra uniformare i puntolini scuri che sono le persone, ma la macchia vivace ci ricorda che l’umanità non è in bianco e nero e che ci sono pensieri universali che attraversano la quotidianità.

Come nasce la prospettiva “a volo d’angelo”?
Prima realizzo uno schizzo, passeggiando per le strade. Poi “prendo il volo”, nel senso che in questo lavoro molto prospettico adotto un punto di vista che trascende la forma fisica.

Non è un’impresa da poco. A Trento non ci sono grattacieli e i punti panoramici (es. Sardagna) sono troppo distanti per quel tipo di prospettiva.
Vado d’istinto. A volte sbaglio, ma tengo tutto, anche le opere non riuscite o inefficaci che non esporrei. Comunque per me la pittura è un racconto visuale e materico del mio vissuto: i concetti vengono dopo e mi capita spesso di guardare un quadro e domandarmi: “ma perché ho fatto questa cosa in questo modo?”. Capita che io lo scopra in seguito. 

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Al salone Nagua

Come fai a capire che un periodo volge al termine?
Ogni soggetto in una serie richiama gli altri e quelli successivi sono più maturi di quelli iniziali. Finché arrivo al punto in cui riesco a esprimere compiutamente quel che volevo dire. Per questo ho smesso di dipingere case, colline e corpi.

Trovi ispirazione nei viaggi?
Certamente sì, i viaggi sono importanti, ma sono importanti anche i luoghi in cui mi fermo. Per esempio la casa qui di fronte ha delle soluzioni architettoniche che mi hanno stimolato.

10366191_10153035123047351_7173820595683031409_nRecentemente sei stato invitato a dipingere ed esporre in Russia (Matteo Boato in Russia «Esperienza fantastica», Trentino, 2 dicembre 2014)
Non ricevo molti inviti. All’inizio ero io che cercavo di farmi conoscere, andando a Londra o Barcellona, a Glasgow o Belfast. Nel caso di Nizhny Novgorod si sono intersecate le esigenze della gallerista e i miei cataloghi che dovevano sollecitare il suo interesse.

Che esperienza è stata?
Al di là delle difficoltà organizzative (comunicazione, burocrazia, logistica, iniziale mancanza di tele della forma e dimensione richiesta, ecc.) mi trovavo in una situazione dove si intuiva che le esposizioni si sarebbero realizzate solamente dopo aver completato un certo numero di opere e a patto che tali quadri fossero stati apprezzati. Alla fine quantità e qualità hanno superato le attese, la gallerista si è attivata entusiasticamente, ha organizzato l’esposizione locale e presto seguiranno anche tre mostre moscovite: all’ambasciata italiana e in due gallerie d’arte.
Questo mi ripagherà dell’invesitmento di energie ed economico iniziale. 

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laboratorio di Matteo Boato

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“Border”, di Matteo Boato e Alessandro Dimauro (AleDima Studio) + cooperativa CS4 scs

Anche un po’ di solitudine?
Io ne ho pure bisogno. È bello che sia anche un viaggio interiore. Se ci sono dei problemi, l’essere un funambolo ti costringe a inventarti delle soluzioni ingegnose, il che può essere utile.

Prima ancora c’è stata un’esperienza giapponese.
Ho lavorato per tre settimane a Odawara, a sud-ovest di Tokyo. Mi è parso che gli artisti giapponesi ricevessero stimoli diversi dai miei. La perfezione tecnica era intesa differentemente, come il punto di partenza per esplorare l’interiorità. Invece io mi sono sentito come un pittore che lavora di pancia, su quel che sento dentro, che deve quindi “uscire” nell’opera pittorica. In fondo è stato interessante constatare come, alla fine, c’era una sintonia di linguaggio anche se la direzione del processo creativo era diametralmente opposta.

10486134_10152892899807351_9171133048165004035_nhttp://www.matteoboato.net/

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