La saggezza del maglione islandese che veniva dal Perù

Qualche tempo fa WazArs si è occupato di due costumi tradizionali europei: il kilt scozzese, inventato intorno alla metà del diciottesimo secolo, e il bunad norvegese, diventato costume nazionale solo all’inizio del secolo scorso (Artigianato, folklore e autenticità al tempo del “made in China”, WazArs, 23 agosto 2014).

Questa volta è il turno del mitico maglione islandese, il lopapeysa (Crea il tuo maglione islandese), un simbolo identitario che, in teoria, per essere autentico, dovrebbe essere fatto a mano da donne islandesi, usando lana di pecora islandese. Come il bunad norvegese, anche lui è stato al centro di una disputa riguardante il made in China, perché I maglioni sono una cosa seria (Campi di Fragole, 19 luglio 2012).

Il lopapeysa ha avuto i suoi alti e bassi, nella sua pur breve vita (nasce con la fine della seconda guerra mondiale), ma è tornato prepotentemente di moda con la crisi finanziaria del 2008-2011.

Questo è stato un evento che ha fatto a brandelli l’orgoglio di un popolo che, più interessato alla cultura statunitense che a quella europea, si era lasciato ipnotizzare dalla favoletta del paiolo di monete d’oro alla fine dell’arcobaleno, trovandosi con le tre principali banche private smantellate, la capitalizzazione azionaria precipitata del 90%, un PIL sceso di oltre il 5%, un debito pubblicato passato dal 28% al 130% del PIL tra 2007 e 2011 e un tasso di disoccupazione triplicato.

Una catastrofe, la fine del Sogno Islandese di facili ricchezze tramite l’azzardo speculativo:

Perché noi? Perché proprio noi islandesi siamo stati così favoriti dalla sorte? Le agenzie di pubbliche relazioni neoliberiste avevano tutte le risposte. Gli islandesi erano speciali! Erano nordici. Erano audaci e coraggiosi e avevano un rapporto speciale con la natura. Erano più svegli di altri popoli. Tutti i mezzi di informazione evocavano l’avvento di un nuovo vichingo imprenditoriale (un essere evolutivamente superiore), che sarebbe emerso dall’inconscio collettivo. Questo è l’ABC del seduttore neoliberista: le lusinghe che eludono il buon senso e ammorbidiscono le resistenze. Immaginate la delegazione di Goldman Sachs cosa deve aver detto ai greci a proposito del loro genio nazionale. O agli spagnoli: è dal 1492 che non avete avuto una tale opportunità di farvi onore! Ricordatevi… tutte le tradizioni del vostro popolo saranno impiegate per blandirvi, finché sarete gonfi di orgoglio e spavaldi e pronti a credere all’improbabile….Chiedete ai greci, chiedete agli irlandesi: siete stati abbindolati, ma dai migliori truffatori in circolazione.

Dimitra Doukas, in Paul Durrenberger e Gisli Palsson, Debt gambling, 2015

Uno dei curatori del volume sopra citato è l’antropologo islandese Gisli Palsson, un implacabile critico di un governo neoliberista che speculava sulle quote del pescato futuro (!!!) e cavalcava le fantasie di purezza islandesi (miti etnici di un popolo per nulla omogeneo, essendo il frutto di razzie vichinghe di donne celtiche, anglosassoni e bretoni) per trarre profitto dalla vendita della mappatura genetica degli islandesi ad aziende biotecnologiche americane.

La reazione fu rabbiosa e disperata: l’Islanda doveva ritrovare le sue radici e riscoprire le sue virtù tradizionali, rimboccarsi le maniche e ripartire.

Nell’ambito economico le cose sono andate davvero bene, anche se si fa strada il timore che la ripresa sia tutt’altro che solida (Iceland melts down from frozen economy, NBC, 11 febbraio 2015; The Year 2015—Where Does Iceland Stand? Grapevine, 18 gennaio 2015).

Psicologicamente, il maglione islandese, grazie al revival del lavoro a maglia in tempi di vacche magre (l’autenticità del “fatto a mano” e “fatto in casa”), ha assunto il ruolo di un collante sociale e identitario, stringendo nel suo caldo abbraccio migliaia di islandesi che avevano perso fiducia nei propri mezzi e aiutando a ricucire il tessuto sociale della nazione (Gudrun Helgadottir, Nation in a sheep‘s coat: The Icelandic sweater).

Gli stilisti l’hanno poi portato in passerella, sotto altre forme.

Poco importa che il disegno “tradizionale” del lopapeysa sia forse di origina incaica, introdotto in Islanda (per poi essere reinventato) dalla moglie di un premio Nobel per la Letteratura, Auður Sveinsdóttir Laxness, che trasse ispirazione da un libro dedicato alla cultura degli Incas che le aveva regalato il marito, reduce da un viaggio negli Stati Uniti.

Ciò che conta è che il maglione nazionale islandese è lì a ricordare a chi lo indossa che ogni azione ha delle conseguenze e che ripudiare la propria identità e saggezza per avidità e superbia non può che avere conseguenze funeste, come insegnano le saghe nordiche.  

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