“Un mestiere onorevole, una scelta di vita” – intervista a Silvia Vecchia (Sensibilia)

10848020_771375776276342_5026743004147755867_nIn un angolo tranquillo in zona Navigli, un atelier, un’artigiana molto meticolosa, con una storia personale molto distante dall’artigianato, cosa che ha molto probabilmente fornito un valore aggiunto alle sue opere. Un’intervista che ha richiesto il suo tempo di decantazione.
Lasciamo che sia Silvia Vecchia a parlare.

Dov’è nata e cresciuta e dove risiede attualmente?

Sono nata a Milano, ma sono cresciuta in campagna fino ai 10 anni. Poi sono tornata a Milano, dove ancora vivo e lavoro.

1379675_551270838286838_868037790_nQual è stata l’influenza di questi “suoi” luoghi sulle sue creazioni?

Indirettamente, moltissima. Mio padre era ceramista, un artista con grande curiosità e apertura verso tutti i materiali. Il piano terra della nostra casa in campagna era il suo laboratorio, e il mio parco-giochi. Amavo stare con lui, in quello spazio raccolto dove succedevano cose magiche. Questo mi ha permesso di fare l’esperienza dei materiali più diversi in maniera naturale, di avere un approccio confidente e disinibito con la manipolazione della materia, di prendere fiducia nelle mani.

Passare molto tempo nel laboratorio – che è anche uno spazio mentale, un’atmosfera, un atteggiamento – ha lasciato certamente un’impronta forte in me. In città, questa condizione felice sarebbe stata impossibile.

Quand’è nata l’idea di dedicarsi alla manualità creativa? Come sono stati gli inizi? Quali le motivazioni?

Mi piace questa definizione: manualità creativa. Parla di qualcosa che mi appartiene: l’approccio artigianale, che è un approccio esistenziale prima ancora della sua applicazione specialistica. È la mentalità di chi ama più comprare la stoffa per cucirsi un vestito che comprarsi un vestito. Di chi vede un bel tavolo e pensa: magari potrei farmelo.
Prima di approdare alla lavorazione del metallo ho fatto altre cose, con materiali diversi. Le ho amate tutte. Quindi faccio fatica a definire gli inizi: è stata una rincorsa lunga mezza vita.

Ma l’inizio di quello che adesso è diventato il mio lavoro è stato molto casuale: ho iniziato per gioco, elaborando dei materiali che avevo conservato da quando ero ragazzina. Fili di rame, pinze, martelli, una spina da anelli di mio padre. Mi sono divertita. Poi mi sono incuriosita: potevo fare di più? E meglio? Potevo fare qualcosa di diverso da quello che vedevo in giro? Sono arrivate le prime conferme. I miei oggetti piacevano. E sono partita.

Nella motivazione, il bisogno ha avuto il suo ruolo. Bisogno materiale di guadagnarmi da vivere e bisogno di trovare finalmente un lavoro in cui potessi riconoscermi, e di cui andare orgogliosa.

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Cos’è cambiato rispetto all’esordio? Ci sono state delle lezioni apprese, degli errori da non commettere più?

Il mio esordio è ancora molto recente, sono ancora un’esordiente. Ma da quando, pochi mesi fa, ho deciso di farne la mia professione, è cambiato enormemente l’impegno. Ora tutto il mio tempo e tutte le mie energie sono dedicate a questo. Non ricordo l’ultima volta che ho passato un giorno senza lavorare. E se non lavoro, penso a cosa fare. È dura, ma allo stesso tempo è la mia vita, e la amo così com’è perché l’ho fortemente voluta e scelta.

L’errore da non commettere più è la mancanza di fiducia nella mie possibilità e capacità.

La lezione imparata è che bisogna avere coraggio; e ancora, che essere umili e curiosi paga.

11078088_10206328801168889_6004339110358104349_nCome ha imparato a fare quel che fa?

Da sola. Mettendomi di fronte al materiale e provando. Passando ore sul web a guardare tutorial e oggetti, e domandandomi com’erano fatti. Comprando degli attrezzi e cercando di usarli. Essendo molto critica con i risultati che ottengo, e ambiziosa nel voler migliorare.

Solo recentemente ho avuto la fortuna di incontrare degli orafi bravi e generosi, che mi aiutano a crescere. Devo loro moltissimo.

C’è una filosofia retrostante? È soprattutto la passione a guidarla?

La passione, quando la cosa che ti piace fare diventa un lavoro, si mette al servizio della produttività, e perde molto del suo fuoco. Ma è un motore potente, sì. C’è anche molta sfida. Nel mio caso una sfida quasi impossibile: ho più di cinquant’anni, ho fatto per trent’anni un lavoro completamente diverso, so di non avere davanti il tempo per arrivare a padroneggiare un’arte così complessa tecnicamente come quella orafa. Eppure penso di potercela fare a produrre qualcosa di semplice e ben fatto, accettando i limiti temporali come opportunità.

C’è anche tanto orgoglio per essere riuscita a diventare un’artigiana, e il desiderio di essere all’altezza di quello che considero un mestiere onorevole e degno.

10635722_732536993493554_547837098288015589_nQual è l’origine del nome Sensibilia?

Mi arrovellavo per cercare un nome per la mia attività, e non arrivavo da nessuna parte. Tanti nomi che suonavano bene, ma senz’anima. Quando sono arrivata a ricordare questo nomignolo affettuoso che mi davano da ragazza, mi sono sentita bene. Riguarda qualcosa che mi appartiene veramente, che nel mio vivere è una difficoltà, ma che nel lavoro creativo diventa una qualità.

Di cosa non potrebbe fare a meno nella sua attività?

Del mio archetto da traforo e di pochi altri strumenti indispensabili.

Dei consigli degli altri.

Del web.

Ci sono delle cose che fa per rendere il suo ambiente di lavoro più piacevole, accogliente, stimolante?

Metto in ordine. Finisco un oggetto e azzero il caos sul banchetto, riportandolo all’ordine originario. L’ordine degli attrezzi mi fa venir voglia di ricominciare a lavorare, il disordine mi affatica e mi demotiva.

11041230_826187874128465_6273620264370786537_nDa dove trae ispirazione, in genere?

Quasi sempre da qualcosa che ha un significato affettivo per me, per quanto remoto, e che non sempre emerge poi nel manufatto (ma lo contiene, e questo – ne sono convinta – si percepisce). Meglio se incrociato con altri stimoli, spesso letterari.

La prima collana che ho prodotto nasce dall’incrocio tra un pacchetto di foglie essiccate che raccoglievo fuori da scuola, ritrovato casualmente proprio nei giorni in cui facevo esperimenti con l’archetto e la lastra di metallo; le molte letture su alberi e giardini, in primis gli amatissimi Ippolito Pizzetti e Vita Sackwille-West; una illustrazione giapponese e una spilla molto brutta che ho visto in un negozio.
Spesso copio. Vedo un anello, mi piace, provo a ripeterlo per imparare. Facendo questo entro in una tecnica, e mi viene in mente come applicarla a qualcosa di mio.

10616385_774360772644509_2082678148207594801_nQuand’è che si sente più ispirata, più creativa, di solito?

Rigorosamente dopo mezzogiorno. E quando sono sotto pressione per qualche scadenza imminente.

Come reagisce ai blocchi creativi, le pause involontarie nell’ispirazione?

“Le cose importanti avvengono nella distrazione, non nella concentrazione” (Daniele Del Giudice – Atlante Occidentale).

Quando mi blocco uso un metodo che alterna distrazione e disciplina.

Faccio altro, vado a farmi un giro.

Questa è una cosa che ho imparato nel mio precedente lavoro di art director, e che funziona in qualsiasi processo creativo. Allontanarsi dalla situazione asfittica, riaprire l’orizzonte, far prendere aria alla stanza delle idee.
E poi torno, mi incateno al banchetto e non mi alzo finché non ho mano una nuova pista da seguire.

1904264_727453850668535_2357062535941028016_nViviamo in un mondo di produzione e consumo massificati e istantanei. C’è ancora un futuro per la manualità?

Ho la sensazione che ognuno si scelga il mondo che gli somiglia. Gli artigiani sono persone di nicchia: lo siamo per costituzione, per carattere e per la natura stessa del nostro lavoro. Io la massificazione e il consumo li vivo poco, me ne accorgo poco, li capisco quasi niente. Vado per la mia strada, e vedo che la gente apprezza, talvolta in modo anche commovente.

Del futuro della manualità sono fortemente convinta, altrimenti non mi sarei buttata in questa avventura. Adesso poi è un trend, e questo è un bene: quando l’argomento non “tirerà” più, avrà comunque formato una nuova scuola di giovani.

Ma è un futuro piccolo, bisogna saperlo. Chiunque lavori con le mani – e lavori bene – sa che è destinato a non diventare ricco: questo bisogna saperlo e accettarlo. In cambio, dà molta felicità. È una scelta di vita.

http://www.facebook.com/sensibiliastudio

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