Miss Universo Giappone è nera e la cosa non piace a Donald Trump – alcune considerazioni su bellezza e globalizzazione

B_UZS9nVAAABzIaAriana Miyamoto è la nuova miss Universo Giappone 2015.

È mulatta come Obama. La cosa ha creato problemi in Giappone, perché è un po’ scuretta.

È cresciuta in Giappone fino alle scuole medie. Poi i genitori hanno divorziato e lei ha seguito il padre nell’Arkansas.

In seguito è tornata a Nagasaki e ha vinto il concorso di bellezza.

Sarebbe bello rinunciare ai concorsi di bellezza etnonazionalisti e magari anche ai concorsi di bellezza in genere. Sono davvero necessari?

La bellezza resterebbe comunque un fattore di discordia.

trump_2243945bDonald Trump, proprietario e presidente del concorso di Miss Universo, ha escluso le candidate di Giappone e Filippine perché sono miste, spiegando che

l’obiettivo di Miss Universo è quello di scegliere una bellezza che rappresenti nella massima misura possibile il suo paese nel mondo. Avere candidate miste da ogni paese partecipante non è in linea con gli ideali Miss Universo. Non si tratta di razzismo. Piuttosto, si tratta di celebrare la purezza della diversità nel nostro universo.

Tralasciando il fatto che questa stessa razionalizzazione di un atteggiamento spiccatamente razzista era comune nel Sudafrica dell’apartheid, negli Stati Uniti segregazionisti e nella Germania nazista (e in certi ambienti leghisti che celebrano la gerarchia spacciandola per diversità), non si capisce come sia proprio il cittadino di una nazione che ogni anno deve decidere se farsi rappresentare nel mondo da una bionda, o da una mora, una nera, una mulatta, una latina, un’araba, ecc.

Secondo Donald Trump l’America, la Francia, il Brasile, Israele, le nazionali di calcio tedesca ed elvetica sono “sbagliate” perché “impure”, “non autentiche”, “contraffatte”?

La vanità e superbia dell’autarchico: “le idee e il DNA altrui non possono migliorarmi, ma solo provocare confusione e declino”. 

Olivia-Wilde-as-Princess-Inanna-in-Year-One-olivia-wilde-12115513-1024-576I SUMERI ERANO NO-GLOBAL

Probabilmente già ai tempi dei sumeri si condannava l’afflusso di semiti e indiani che “contaminavano la specificità della civiltà sumera”. Se i sumeri avessero eretto dei muri e conservato puro il proprio sangue e la propria cultura sarebbero ancora tra noi.

O forse no, forse non ci sarebbe pervenuto nulla di loro e manco sapremmo della loro esistenza.

La ricerca della purezza, di per sé, può essere giusta, nobile e bella (es. cibo organico, riproduzione fedele di una melodia, traduzione più autentica di un autore, capacità di vedere l’essere umano dietro i suoi ruoli e le sue apparenze esteriori).
Ricercare il vero e l’autentico e scartare l’errore e la falsificazione è parimenti un dovere, non un vezzo.

Però che cosa intendiamo per puro e per autentico? Dove ci fermiamo risalendo all’indietro, verso delle presunte radici?

Facciamo delle caricature, delle semplificazioni a volte così estreme da tradire qualche nostro vuoto concettuale e pigrizia intellettuale.

Vediamo e apprezziamo solo le differenze (e somiglianze) che ci piacciono, non quelle che ci dispiacciono.

60b645bc79a85e908e08f0f169fd8ecf_XLCi convinciamo che esistono dei termini e concetti completamente intraducibili, come per esempio il tedesco “Heimat” (al centro dell’immaginario separatista sudtirolese) – che però si traduce senza problemi in francese (“mon pays”) e in italiano (“la mia terra”) – o addirittura delle culture intraducibili, come quella cinese e quella giapponese (cf. Peter N. Dale “The myth of Japanese uniqueness”; Jean François Billeter, Contre François Jullien; Stefano Fait e Mauro Fattor, Contro i miti etnici. Alla ricerca di un Alto Adige diverso).

Nel farlo, tendiamo a dimenticarci che esistono milioni di persone perfettamente bilingui e biculturali, di coppie miste che si capiscono non meno bene di tante coppie “monoculturali”, di testi tradotti più che adeguatamente, con amore e cura, di scambi culturali e commerciali che vanno avanti da decine di migliaia di anni.

L’umanità evolve in virtù del dialogo, non del monologo.

Forse, a livello cognitivo, siamo condannati a dare maggior peso alle differenze che alle affinità, a vivisezionare la realtà e riordinarla in caselle sempre più microscopiche, a impagliare la natura e quindi la cultura per fissarle e impedire il cambiamento.

Il cambiamento ci spaventa perché porta con sé l’incerto, l’imprevedibile, l’ignoto. Siamo esseri vulnerabili, deperibili e sensibili: ci piace avere tutto sotto controllo.

Chi detiene il potere ed è malevolo (l’abbinamento non è automatico) non può che compiacersi di avere sudditi divisi e contrapposti.

polDONALD TRUMP GRADISCE LA POLENTA?

Non sono pochi i trentini che si direbbero d’accordo con Trump e il suo (puerile?) concorso di bellezza privato ed esclusivo che per qualche ragione il mondo prende sul serio.

La cucina trentina non è svanita con l’arrivo dei ristoranti indiani. In Val di Non ci sono immigrati che parlano noneso e ad una fiera a Caldonazzo (Trentino) c’era una bellunese vestita alla giapponese che promuoveva la cultura nipponica, a fianco di uno stand con una coppia veneto-trentina che vendeva tè di tutto il mondo, alla presenza di scout in partenza per il Giappone (uno era scuro e con gli occhi a mandorla e ha vinto una caramella nel quiz di conoscenza della conoscenza giapponese, pur essendo trentino-asiatico).

Abbiamo anche comprato tre vasetti di marmellata di un’azienda agricola trentina con dei gusti anomali: mela-strudel, pera-cioccolata, mirtillo-vaniglia.
Il Trentino di oggi mi pare a colori rispetto al trentino in bianco e nero di quand’ero bambino.

Conosco una coppia di giapponesi che paga il canone per il televisore in bianco e nero, pur avendolo a colori (fanno i furbi, anche in Giappone: sarà la globalizzazione?).
In generale credo che tutti preferiscano un mondo a colori rispetto a un mondo in bianco e nero.

All’umanità piace avere l’imbarazzo della scelta, per questo ci stiamo globalizzando.

gemelliDIVENTEREMO TUTTI UGUALI?

È dal 1945 che il Giappone è, di fatto, una colonia statunitense: ci sono basi militari, emittenti radio-TV, un massiccio bombardamento pubblicitario-propagandistico-culturale e così via. Tuttavia, a distanza di 70 anni (quasi 3 generazioni!), quanti giapponesi parlano l’inglese abbastanza agilmente? Relativamente pochi.

Prendiamo invece gli Stati Uniti. Gli stati del Texas, New York e Oregon condividono la stessa lingua, valuta, governo, sistema economico e giuridico-amministrativo da oltre 150 anni, ma sono davvero così simili?

Portland, Oregon

Portland, Oregon

È ben vero che le grandi città lungo le coste del Pacifico si assomigliano non poco (in Asia come nelle Americhe) e non si può negare che ci sia una spinta alla standardizzazione, ma un mondo in cui c’è una dialettica, una tensione equilibrata tra localismo e globalismo, tra forze centripete e forze centrifughe, resta un luogo migliore in cui vivere rispetto a un mondo in cui si cerca di congelare il cambiamento per paura di disperdere le specificità.

La natura vive di equilibri dinamici, sono quelli che garantiscono la sua resilienza.

Una pluralità coordinata può adattarsi a una glaciazione, a un impatto di asteroide, a un collasso demografico, una pandemia, una crisi finanziaria globale.

Al contrario, un mosaico di teche di museo non ce la fa: si estingue per paura del cambiamento.

nazionale elvetica

nazionale elvetica

UNITÀ NELLA DIVERSITÀ

Esiste una via di mezzo tra l’omologazione locale e l’omologazione globale e si chiama “unità nella diversità”.

È la via spontaneamente imboccata dall’umanità perché ci piace “l’imbarazzo della scelta”, ci piace avere la botte piena e la moglie ubriaca, il globale e il locale, ci piace avere l’armadio pieno di vestiti e scarpe da combinare a nostro piacimento, ci piace ascoltare generi musicali diversi, mangiare cibi diversi, andare in ferie in posti diversi, leggere romanzi di autori esotici, fare amicizia o innamorarci di persone diverse da noi, perché la nostra immagine riflessa allo specchio, per quanto gradita, dopo un po’ scoccia.

nazionale tedesca

tra i convocati della nazionale tedesca…

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2 thoughts on “Miss Universo Giappone è nera e la cosa non piace a Donald Trump – alcune considerazioni su bellezza e globalizzazione

  1. Qualcosa di simile successe in Italia nel 1996, quando arrivò prima a Miss Italia una mulatta. Anche in quel caso polemiche perlopiù inutili: negli anni cinquanta partecipavano al concorso le mulatte italiane di origine etiope.

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