“Il Samurai in Van Gogh” – giovedì 14 maggio al The Social Stone

Il Samurai e Van GoghSala gremita e spettatori in piedi al The Social Stone di via Gorizia 18 a Trento per un’inconsueta cavalcata attraverso secoli di civiltà giapponese sotto la guida sapiente di Andrea Stenico, collaboratore dell’Università di Trento, e grazie all’associazione culturale italo-giapponese “Yomoyamabanashi – 4 ciacere” (su Facebook), nata nel capoluogo nel 2007 a supporto dei giapponesi residenti in Trentino e con lo scopo di agevolare l’integrazione culturale italo-giapponese attraverso l’organizzazione di corsi e attività culturali.

“Il Samurai in Van Gogh” è il titolo scelto per questa vasta panoramica della civiltà giapponese che ha preso le mosse dall’influenza delle stampe artistiche (ukiyoe, ossia “immagine del mondo fluttuante”) di Katsushika Hokusai sull’arte di Vincent van Gogh (e di Renoir e Klimt), per passare poi alle gare di poesia che intrattenevano la corte e che daranno vita ai celebri haiku, al teatro kabuki, al minimalismo dei giardini zen ingiustamente assurto a incarnazione dell’estetica nipponica pur rappresentandone solamente un aspetto, alle lotte tra le élite che portarono alla rottamazione del vecchio ordine scintoista in favore del nuovo ordine buddhista, alla Grande Onda di Hokusai che figurava sulla copertina della prima edizione de La Mer di Debussy (1905).

Il filo conduttore di questa esplorazione è stata la demistificazione di una certa versione della civiltà giapponese proiettata dalle élite nipponiche verso l’esterno e debitamente accolta dall’Occidente.

In realtà molte delle specificità giapponesi che più ci affascinano, dal già citato minimalismo zen al codice d’onore giapponese, sono un velo di Maya che dissimula una realtà molto più eterogenea e complicata, fatta di barocchismi, congiure e strumentalizzazioni di credenze e usanze pubbliche per il tornaconto privato di certi clan in costante lotta per la supremazia.

“Sarebbe estremamente riduttivo e scorretto considerare un presunto stile giapponese riferendosi solo ad alcuni fattori, tra i tanti”, ha precisato Stenico. “La villa imperiale di Katsura, poco fuori Kyōto, e il santuario Tōshōgū a Nikkō, sono edifici pressoché coevi ma profondamente diversi in quanto manifestazione di sensibilità non proprio affini”.

È pertanto impossibile racchiudere la civiltà giapponese in un unico denominatore.

Certi demoni di guardia ai templi zen sono lontani parenti di rappresentazioni scultoree ellenistiche di Ercole, tradotte e ritradotte nel loro lungo viaggio dall’Asia centrale al Giappone, attraverso India e Cina.

Per via della curiosità, dell’ambizione, della ricerca di profitto, dell’ammirazione, est e ovest sono stati collegati fin dai primordi e non c’è mai stata una civiltà realmente isolata, autentica, pura.

Gli stessi giapponesi non hanno avuto alcun problema ad assorbire il meglio delle culture “altre”: dai piatti di vetro blu cobalto provenienti dalle province orientali dell’Impero Romano, alle statue di argilla dei deserti centro-asiatici, alla scrittura e stile decorativo “barocco” cinesi, alle armi portoghesi, alle tecniche prospettiche europee. Quest’apertura ha fatto sì, ci spiega Stenico verso la fine del suo intervento, che “i migliori esempi di architettura Tang non si trovano in Cina, dove solo due edifici sono sopravvissuti alla distruzione, ma in Giappone”.

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