Upcycling: capriccio o rivoluzione? Un’intervista-inchiesta ad Alessandro Dimauro

P1040349

Piccole, grandi rivoluzioni in corso: auto-produttori (makers), economia collaborativa e solidale, peer-to-peer, open source, giornalismo partecipativo, permacultura e biologico, orticoltura domestica, equo e solidale, produzione domestica di energia, valute complementari e digitali, reti sociali, abbandono dei centri commerciali in favore della spesa online con consegna a domicilio, gruppi di acquisto solidale, sensibilità ecologista, animalista, umanitaria, democrazia partecipativa che risente l’uso di mezzi coercitivi e la sorveglianza capillare, privilegiando il dialogo e la libera ricerca del consenso.

(Il futuro è venuto come un ladro nella notte, 4 ottobre 2015)

E poi c’è il fenomeno, sempre meno di nicchia, dell’upcycling, il riciclo migliorativo.

In generale chi scrive di upcycling trova difficoltoso offrire letture particolarmente stimolanti. Chi scrive non fa eccezione: un’orda di luoghi comuni si annida nei miei lobi cerebrali, pronta a invadere tastiera e schermo.

Come affrontare l’argomento senza ripetere quanto già detto da altri?

Potremmo partire dai problemi incontrati da chi è attivo in questo settore, per poi focalizzare su un caso esemplare come quello di Alessandro Dimauro, designer trentino di grandi visioni e leadership.

Il marketing è l’elemento chiave per il futuro dell’upcycling. I consumatori si fanno convincere da un prodotto che sposa design di qualità, sostenibilità, riciclo. Un gadget aziendale che unisse queste qualità sarebbe un’ottima mossa auto-promozionale. Per esempio una ditta che si libera di una certa quantità di materiali potrebbe chiedere di farsi produrre con quegli stessi scarti dei gadget per clienti, ricavandone un valore aggiunto più che significativo. Usando gli striscioni delle feste vigiliane per delle borse dono la città di Trento ci ha guadagnato in termini di immagine e promozione turistica.

Alessandro Dimauro

10827905_1052315984794212_5798300115518160795_oUn presente segnato da un problema di immagine

Serve una rete di servizi in sinergia, ma alla fine è il mercato che stabilisce se hai quel che serve per farcela ed è giusto che sia così.

Alessandro Dimauro

Alcune considerazioni sul fenomeno dell’upcycling.

Certe borse o accessori (es. Michela Bruni ecodesign) si comprano perché sono oggetti davvero molto belli, non perché sono “upcycled”. Le borse Freitag sono diventate un fenomeno di massa non per via dell’upcycling ma perché erano una novità colorata, simpatica, divertente; perché il design era curato.

Una maggioranza di persone continua però a considerare l’upcycling come un fenomeno di nicchia, un qualcosa che potrebbe scomparire se i soldi tornassero a circolare.

Solo gli ecologisti militanti comprano principalmente perché upcycled.

In genere molti acquirenti non gradiscono che si capisca che una cosa è riciclata, anche se è intimamente contenta che lo sia.

Il “green” fa “cool”, ma “il riciclato fa sciatto”.

Altri se ne infischiano semplicemente della dimensione ecologica, purtroppo.

Come se ciò non bastasse, l’upcycling si porta dietro l’associazione con gli hobbisti dell’artigianato e del design, ossia persone costrette a usare materie prime a buon mercato, in quanto prive di alternative praticabili. Una percezione che peraltro non rendere giustizia a molti hobbisti

Questo problema di reputazione, immagine e credibilità richiede l’emergere di leader, ossia persone capaci di ricollegare visione, spirito di iniziativa e di impresa, abilità nel coordinare una rete di collaborazioni e, non ultimo, gusto.

Stiamo parlando di figure capaci di affermarsi sui mezzi di informazione e sulle reti sociali per elevare lo status dell’upcycling.

10915319_1052316111460866_4467068381181923253_oUn futuro che promette di essere più roseo

Non serve inventare una nuova sedia quando può bastare un nuovo modo di sedere. Bisogna diventare tutti più creativi o almeno sensibili al ciclo di produzione e alle condizioni di lavoro.

Alessandro Dimauro

Tanta gente sta cominciando a interessarsi realmente alla qualità dei vestiti e degli accessori e sono sempre più i clienti che desiderano sapere anche l’origine di quel che comprano, se non altro per assicurarsi che non sarà da buttare dopo tre lavaggi.

La raccolta differenziata sta probabilmente educando la gente all’autodisciplina e all’attenzione verso le conseguenze delle proprie azioni.

L’innovazione tecnologica consente di recuperare sempre più materiale che sarebbe finito nelle discariche per riutilizzarlo variamente.

In generale, per aiutare a far decollare questo movimento, i consumatori dovrebbero considerare nel loro complesso le virtù dell’upcycling fatto a regola d’arte:

  1. può anche significare che una cosa acquistata è unica e irripetibile;
  2. fai la tua parte per preservare l’ambiente naturale;
  3. fai la tua parte per sostenere la creatività e l’inventiva, le qualità che possono trarre l’umanità d’impaccio;
  4. in genere ti trovi addosso o in casa un qualcosa che è comodo e pratico;
  5. chi ha preferenze cromatiche meno ortodosse può finalmente soddisfare le proprie esigenze;
  6. non si tratta di rinviare la “morte” di qualcosa: i materiali tendono ad essere di buona o alta qualità e, in molti casi, sono stati prodotti per essere estremamente durevoli e resistenti, “come le cose di una volta”;
  7. si può risparmiare (specialmente rispetto alla merce scadente venduta nelle grandi catene di moda economica) ma questo non può voler dire svalutare il lavoro che c’è dietro, che spesse volte è maggiore di quello che c’è dietro un prodotto di fast fashion;
  8. chi è sul mercato da tempo ha un bollino di garanzia. Infatti non ci si improvvisa riciclatori migliorativi. Il dilettantismo spesso sconfina nella categoria del ciarpame: chi riesce a stare sul mercato è perché possiede una visione chiara, stile, metodo, competenza, immaginazione;
  9. l’upcycling andrebbe insegnato nelle scuole – anche con visite didattiche nelle fabbriche e negli atelier –, per sviluppare la capacità di dare il giusto valore alla professionalità e all’impegno proprio e altrui e per formare dei consumatori critici e consapevoli: la maggior parte delle persone non si cura di certi problemi solo perché non li conosce;
  10. “I rifiuti non esistono, sono solo cose che non hanno ancora trovato una destinazione d’uso appropriata”: questo estremismo dell’upcycling, che ha probabilmente danneggiato il settore, è in via di estinzione. Si punta sempre più su prodotti ibridi (upcycling e materie prime nuove ma sostenibili/riciclabili) per assicurarsi maggiori margini creativi e conquistare maggiori fette di mercato e di credibilità, riuscendo nel contempo a smaltire una maggiore quantità di materiale altrimenti destinato alle discariche.

12112272_1231394446886364_481661011235329097_nUN CASO DI STUDIO: ALESSANDRO DIMAURO

Collaborare con una cooperativa sociale non significa scendere a compromessi sulla qualità del prodotto. La sfida resta quella di restare competitivi rispetto a prodotto nuovo. I prodotti fatti con materiali riciclati o sono belli e utili, oppure è meglio lasciar perdere e dedicarsi ad altro. Non vale la pena cercare di riciclare tutto. Certi striscioni sono stati pensati per durare pochissimo. Riutilizzarli è insensato. Sono deperibili e sarebbe solo il rinvio della loro destinazione alla discarica. Certi prodotti hanno un ciclo di vita limitato, quindi non è vero che i rifiuti non esistono. Dipende.

Alessandro Dimauro

Cos’è possibile realizzare con materiali di recupero come striscioni pubblicitari in Pvc, vele, sedie a rotelle, scarti delle aziende tessili, del pellame, dell’allevamento ovino?

Un po’ di tutto, se vi chiamate Alessandro Dimauro: dai divanetti e pouf «Barbapapà Recycle»,, alle borse, abiti, copribottiglia termici per il vino, portachiavi, portapenne, porta tablet, custodie, oggetti di design e arredo di ogni genere.

Ingegnere dei materiali originario di Trento, dopo 15 anni trascorsi nella ricerca e sviluppo del ramo edilizio, architettonico e del design dei mobili, con esperienze lavorative e di formazione in Gran Bretagna, Paesi Bassi e Francia, qualche anno fa il fondatore dell’AleDima Studio coglie l’occasione dell’incubatore trentino per startup dalla sensibilità ecologica (Progetto Manifattura) per creare una sua impresa.
Non rinuncia però alla vocazione sociale e inizia a collaborare con diverse cooperative sociali per l’inserimento lavorativo di persone svantaggiate: crea il marchio REDO Upcycling in collaborazione con la cooperativa sociale ALPI.

Si parla molto di riciclo, poco di sociale e di sostenibilità sociale, che non vuol dire ricorrere unicamente al non profit. Un’azienda artigianale a chilometro zero è già sostenibile e non vale meno di una coop sociale.

Alessandro Dimauro

Grande amico dell’artista trentino Matteo Boato, con il quale ha anche lanciato il progetto Border, Dimauro interpreta la filosofia del riciclo migliorativo anche in chiave didattica, per esempio collaborando con gli studenti del Centro Moda Canossa.

Assieme a Boato organizza corsi di arte e design per bambini per educarli al riciclo, alla coltivazione della fantasia e all’importanza della raccolta differenziata.

Serviranno sempre più centri di riuso permanente organizzati per un’utenza professionale.

Alessandro Dimauro

11951183_1195878507104625_5600947862164416651_nUno dei suoi obiettivi principali è quello di dar vita a una vasta rete del riciclo che coinvolga aziende, creativi, enti pubblici, pubblicitari disposti a emulare le esperienze di altri paesi (es. Olanda e Francia), dove la concezione ciclica della produzione, ad imitazione dei cicli naturali, è ben più avanzata e comune. Un risultato molto concreto, ci ha spiegato Dimauro, sarebbe la diffusione di pre-isole ecologiche per il conferimento di oggetti reimpiegabili destinati all’upcycling.

LA PAROLA A SOFIA TURRA, ASSISTENTE DI ALESSANDRO DIMAURO

Pensieri per AleDima Studio

A cura di Sofia Turra

“Non so se attraverso il lavoro un uomo riesca realmente a esprimere la sua essenza, ma sicuramente il carattere dell’artigiano e le scelte culturali e imprenditoriali che compie contribuiscono a definire un prodotto”. Con queste parole Davide Longoni dà inizio a Il senso di Davide per la farina, pubblicato nel 2014 da Adriano Salani Editore. E in queste parole, credo si riconosceranno tutti coloro hanno provato a creare qualcosa con le proprie mani, con il proprio ingegno, con la propria passione. Si parla di artigianato, di cultura, di imprenditorialità e di prodotto. Saranno questi i temi che guideranno la breve presentazione di un giovane ingegnere trentino, Alessandro Dimauro, che nel 2011 ha fondato AleDima Studio, attualmente Studio di design e consulenza, molto attento alle tematiche del riciclo, del sociale e dell’economia sostenibile.

Artigianato. L’amore per il lavoro manuale, l’incontenibile estro creativo, la curiosità di cercare, scoprire, provare materiali e tecniche sempre nuove e diverse, la cura dei dettagli, la dominante attenzione alla qualità delle materie prime: questi sono alcuni degli elementi che guidano l’attività di Alessandro, capace di coniugare le pulsioni creative con l’abilità di realizzare prodotti di design e oggetti d’arte.

Cultura. Designer e viaggiatore, Alessandro porta con sé e trasferisce nel proprio modo di essere e di approcciarsi a persone e progetti un paradigma poco usuale e, per alcuni, difficile da comprendere. È la propensione alla condivisione delle idee, dei progetti, dei metodi e degli ideali. Una propensione che parte da una duplice consapevolezza: da un lato, è innegabile che più menti al lavoro potranno raggiungere traguardi più ambiziosi e appetibili rispetto all’ingegno del singolo; dall’altro, è riduttivo circoscrivere l’indole creativa ed eclettica di un ingegnere/artista/designer ad un unico prodotto. Per dirla con le parole di Alessandro: “qualcuno potrà anche rubarmi un’idea, ma io ne penserò altre mille.” Quindi, ben vengano la collaborazione e la condivisione, veri motori pulsanti dei circoli virtuosi innescati da AleDima Studio nel corso degli anni.

Imprenditorialità. Vanno bene l’idealismo, la costante ricerca del bello e dell’originale, ma dalle parole di Alessandro traspare una netta consapevolezza circa l’importanza di mettere al centro della discussione i feedback che il mercato manifesta nei confronti dei prodotti proposti da AleDima. Non basta avere un’idea: l’opinione e le valutazioni del cliente sono fondamentali e occorre indirizzare le energie verso la realizzazione di prodotti apprezzabili e appetibili sul mercato. Questo si traduce in un attento studio e ricerca di materiali e prodotti di alta qualità. “Il riciclo non può essere una scusa. Non basta indossare il “cappotto green” per realizzare una valida politica di marketing”, continua Alessandro. I prodotti realizzati con materiali di recupero devono presentare gli stessi livelli di qualità dei prodotti fatti con materiali nuovi. Ecco, quindi, che la selezione delle materie prime da riciclare parte proprio dalla conoscenza del ciclo di vita delle stesse, per garantire la realizzazione di prodotti durevoli e resistenti. L’unico modo per non relegare i prodotti fatti con materiali di recupero nella categoria dei prodotti di serie B o, peggio, dei prodotti un po’ sfigati, è esaltarne la qualità, partendo dalle materie prime per arrivare alle decisive scelte stilistiche e di design. A questo si aggiunge la forte propensione all’ibridazione dei prodotti e dei materiali, che porta alla creazione di interessanti mix creativi, capaci di aprire maggiori margini e fette di mercato.

Prodotto. “Prodotto come veicolo di significato”. Questa è la mission dell’attività di AleDima Studio. Accanto al valore del riciclo, infatti, troviamo l’attenzione ai temi della cooperazione, della sostenibilità sociale del processo produttivo, dell’importanza di creare relazioni e rapporti fiduciari. Ecco che all’interno di un prodotto finito possiamo, quindi, ripercorrere il più ampio progetto che ha portato alla sua realizzazione, e nel quale le logiche produttive e commerciali si sono arricchite di profondi valori etici, umani e sociali.

P1040336RIMANDI

Sito web: AleDima Studio

Pagina face book: AleDima Studio


Potete trovare i prodotti REDO upcycling al Details Design Store in Via del Suffragio, 74, 38122 Trento, tel. 0461 262599

e i prodotti Border al Social Store, Via Calepina 10, 38122 Trento, Tel.: 0461 237102 Mobile: 333 175 65 69

info@thesocialstore.it
http://www.thesocialstore.it/
https://www.facebook.com/socialstoretrento

Border a Bressanone

Wianui Upcycling Via Fienile 7A Bressanone, Trentino-Alto Adige, Italy

0472 802663

http://www.wianui.eu/

https://www.facebook.com/Wianui.team

Advertisements

One thought on “Upcycling: capriccio o rivoluzione? Un’intervista-inchiesta ad Alessandro Dimauro

Leave a Reply - Cosa ne pensa?

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s